
Haiti e Sudan, crisi dimenticate: l’ONU tra scuse e allarmi ignorati
Guterres chiede perdono agli sfollati di Port-au-Prince, mentre in Sudan 21 milioni di persone affrontano la fame. Due emergenze che misurano il fallimento della mobilitazione globale.
Con un gesto carico di significato politico e umano, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto personalmente scusa alle vittime della violenza ad Haiti. In visita per un giorno a Port-au-Prince, Guterres si è seduto tra le famiglie ammassate in un’ex scuola trasformata in rifugio per oltre 1.250 sfollati, ascoltando madri che raccontavano di cinquanta persone stipate in una sola stanza, senza privacy né servizi. «Vi chiedo perdono», ha detto, riconoscendo che la comunità internazionale non è riuscita a mobilitarsi per alleviare le loro sofferenze. La scena, cruda e simbolica, racchiude una crisi che le nuove cifre dell’Onu rendono ancora più agghiacciante: 2.300 omicidi, un centinaio di rapimenti – tra cui quello recente del direttore di gabinetto del ministero della Difesa – e 1,5 milioni di sfollati interni, più di un haitiano su dieci.
La missione di Guterres è servita anche a preparare il terreno per l’imminente dispiegamento della Forza multinazionale di sostegno alla sicurezza, approvata dal Consiglio di Sicurezza e guidata dal Kenya, che nelle prossime settimane dovrebbe avviare operazioni contro le gang che controllano ampie zone della capitale. Secondo fonti diplomatiche europee, Bruxelles segue con attenzione l’evolversi della missione, avendo contribuito con finanziamenti significativi, ma resta scettica sulla capacità di un contingente ancora fragile di ristabilire un controllo territoriale duraturo senza un parallelo rafforzamento delle istituzioni haitiane. L’Italia, pur non avendo un ruolo diretto nella forza, partecipa al dibattito in sede Onu spingendo per un approccio che leghi sicurezza e sviluppo, memore delle lezioni apprese in altre crisi caraibiche e africane.
A migliaia di chilometri di distanza, il Sudan vive una catastrofe silenziosa che i numeri descrivono con precisione spietata. Secondo gli operatori umanitari norvegesi del Consiglio per i rifugiati, 33,7 milioni di persone – oltre due terzi della popolazione – necessitano di assistenza urgente, il dato più alto al mondo. Quattordici milioni sono fuggiti dalle loro case, mentre 21 milioni affrontano un’insicurezza alimentare acuta, con sacche di carestia già conclamate in Darfur e Kordofan. «La crisi è diventata più profonda e spietata rispetto agli inizi della guerra», ha dichiarato Matilde Vu, responsabile del NRC, sottolineando come il combinato disposto di conflitti, fame e ostacoli all’accesso umanitario stia generando una «tempesta perfetta».
Il paradosso è che entrambe le crisi si consumano in un momento di progressivo disimpegno dei donatori tradizionali. Gli analisti delle agenzie umanitarie europee avvertono che i tagli ai bilanci della cooperazione, uniti alla concentrazione dell’attenzione su altre crisi geopolitiche, stanno imponendo scelte impossibili: razionare il cibo per salvare i più vulnerabili o sospendere programmi sanitari essenziali. Il Sudan, in particolare, rischia di diventare la crisi dimenticata per eccellenza, con flussi migratori che potrebbero presto investire il Nord Africa e il Mediterraneo, toccando direttamente gli interessi italiani ed europei.
Il mea culpa di Guterres a Port-au-Prince assume così un valore che va oltre Haiti. È il riconoscimento di un fallimento sistemico della diplomazia preventiva e della capacità di mobilitare risorse prima che le emergenze diventino catastrofi annunciate. Mentre la forza multinazionale si prepara a entrare in azione nei Caraibi e gli appelli per il Sudan restano finanziati solo in minima parte, la domanda che circola nei corridoi delle capitali occidentali è se la comunità internazionale saprà trasformare le scuse in impegno concreto, o se continuerà a rincorrere crisi che aveva tutti gli strumenti per anticipare.
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Mentre l'attenzione mondiale è altrove, il Sudan sprofonda in una catastrofe umanitaria silenziosa: 21 milioni di persone affrontano un'insicurezza alimentare acuta, 33,7 milioni necessitano di aiuti e 14 milioni sono sfollati. La comunità internazionale resta in gran parte inerte di fronte a una crisi che si aggrava di giorno in giorno.
Visitando Haiti, il Segretario Generale dell'ONU ha chiesto perdono alle donne sfollate a causa della violenza delle bande, riconoscendo l'abbandono della comunità internazionale. L'ONU avverte che Haiti sta vivendo la crisi più grave dell'emisfero occidentale, con 6,4 milioni di persone bisognose di aiuto e 1,5 milioni di sfollati.
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