
Cuba sotto pressione: export Usa in crescita, turismo in caduta libera e l’ombra di Pechino
Mentre Washington stringe le sanzioni, le merci americane raggiungono l’isola grazie a una scappatoia commerciale; L’Avana studia le riforme sul modello cinese per scongiurare il tracollo.
Un paradosso commerciale sta segnando la nuova fase dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Nonostante l’amministrazione Trump abbia intensificato la pressione sul regime comunista, i dati doganali mostrano che le esportazioni americane verso l’isola sono quasi triplicate nei primi mesi del 2026 rispetto all’intero anno precedente. A trainare questo boom sono combustibili, alimenti, elettrodomestici e persino veicoli, che sfruttano una deroga alle sanzioni pensata per favorire il settore privato cubano. Secondo analisti vicini a Washington, si tratta di un effetto collaterale della strategia di massima pressione: l’amministrazione Trump vuole strangolare le finanze statali, ma al contempo permette che beni di prima necessità raggiungano la popolazione, creando una dipendenza asimmetrica che ricorda le logiche dell’embargo durante la Guerra Fredda.
Sul fronte turistico, invece, la morsa è già soffocante. I dati diffusi dall’istituto statistico nazionale cubano indicano un crollo verticale degli arrivi internazionali: nei primi cinque mesi del 2026 meno di 360.000 visitatori, con un calo del 58% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il settore alberghiero e il trasporto aereo sono sotto attacco diretto: diverse compagnie straniere hanno sospeso i collegamenti, tra cui Air Canada, che ha annunciato la cancellazione definitiva dei voli per motivi “politici ed economici”. Parallelamente, il Dipartimento di Stato ha inviato una lettera di ammonimento a una società estera – non identificata – accusata di trafficare in proprietà confiscate a cittadini americani dopo la rivoluzione castrista. L’avvertimento, accompagnato dalla minaccia di restrizioni sui visti per i dirigenti, segnala un’estensione della guerra economica anche agli attori terzi, con possibili ripercussioni per gli operatori europei attivi sull’isola.
Di fronte a questa asfissia, la dirigenza cubana accelera il riesame del proprio modello economico. Il Comitato centrale del Partito comunista si riunirà il 17 giugno per valutare proposte di trasformazione che includono una maggiore autonomia per i municipi e le imprese statali, la riduzione del peso dello Stato e l’apertura a investimenti esteri. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che i leader studiano con attenzione i percorsi di Cina e Vietnam, Paesi che hanno abbracciato il capitalismo mantenendo il monopolio politico del partito unico. Nell’ottica di Pechino, il modello caraibico potrebbe rappresentare un laboratorio per esportare una via autoritaria allo sviluppo, ma gli osservatori a Bruxelles avvertono che senza garanzie giuridiche e trasparenza sarà difficile attrarre capitali occidentali.
Il contrasto con il resto della regione è netto. Mentre Cuba arranca, le esportazioni statunitensi verso il Messico hanno toccato ad aprile un record storico di oltre 35 miliardi di dollari, riducendo il deficit commerciale. È il segno di una pressione selettiva: Washington colpisce l’Avana con durezza ideologica, ma mantiene canali pragmatici con i partner economici strategici. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, che storicamente ha avuto una presenza turistica e imprenditoriale sull’isola, lo scenario si complica: le aziende italiane del settore alberghiero e dei trasporti rischiano di trovarsi tra l’incudine delle sanzioni americane e il martello di un’economia cubana sempre più isolata. La partita si giocherà nei prossimi mesi, quando le riforme annunciate dall’Avana dovranno dimostrare di non essere soltanto un omaggio verbale al pragmatismo asiatico.
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Nonostante le sanzioni statunitensi abbiano devastato il turismo cubano, le esportazioni americane verso l'isola sono aumentate grazie a una scappatoia commerciale, portando carburante, cibo, elettrodomestici e veicoli. Nel frattempo, i leader cubani studiano riforme economiche ispirate a Cina e Vietnam per attrarre investimenti esteri e ridurre il peso dello Stato.
Le sanzioni americane hanno paralizzato il turismo cubano: gli arrivi stranieri sono crollati del 58% nei primi cinque mesi del 2026, scendendo sotto i 360.000 visitatori. L'inasprimento delle restrizioni da parte di Washington è indicato come la causa diretta del tracollo, con compagnie aeree e catene alberghiere che abbandonano l'isola.
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