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Khamenei accusa Trump: «Ha cercato l’accordo per disperazione»

Il leader supremo iraniano rivela di aver autorizzato il memorandum con gli Stati Uniti nonostante una «opinione diversa», mentre si allenta il blocco navale sullo Stretto di Hormuz.

Con un messaggio letto dalla televisione di Stato e diffuso sui social, la Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha rotto il silenzio sul memorandum d’intesa firmato con Washington, offrendo una lettura che mescola legittimazione interna e distanza politica. Khamenei ha dichiarato di aver concesso il proprio assenso malgrado una «opinione diversa», piegandosi soltanto di fronte alle garanzie offerte dal presidente Masoud Pezeshkian e dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale circa la tutela dei «diritti della nazione iraniana e del Fronte della Resistenza». Il leader supremo, che non appare in pubblico da quando rimase ferito nei raid americano-israeliani del 28 febbraio che uccisero suo padre Ali, ha dipinto Donald Trump come un presidente «spinto dalla disperazione», capace di usare «ogni tipo di leva» pur di chiudere il conflitto. Una scelta retorica che, secondo analisti mediorientali, serve a preservare l’immagine di Teheran come attore che concede senza cedere, mentre il capo della diplomazia iraniana Araghchi ha subito elogiato la «saggezza» del messaggio.

Il memorandum, siglato in remoto dai due presidenti con la mediazione di Pakistan e Qatar, delinea un’architettura in tre tempi: cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, riapertura dello Stretto di Hormuz e revoca delle sanzioni petrolifere americane, in cambio dell’impegno iraniano a non produrre né acquisire armi nucleari. In queste ore il Comando centrale statunitense ha confermato la sospensione delle operazioni di blocco navale, mentre il vicepresidente JD Vance ha annunciato il transito di oltre 12 milioni di barili di greggio attraverso lo stretto. I mercati hanno reagito con un calo del Brent ai minimi da inizio marzo, un sollievo per le economie europee e per l’Italia, che dipendono dalla stabilità di quella via d’acqua. Il testo prevede inoltre un piano di ricostruzione da almeno 300 miliardi di dollari e un periodo di 60 giorni per negoziare un accordo definitivo, con primi colloqui faccia a faccia previsti in Svizzera a partire dal 19 giugno.

La fragilità dell’intesa è però evidente a Bruxelles come a Washington. Il presidente francese Macron, che ha ospitato la firma di Trump a Versailles, ha confessato di «non credere» che la guerra sia davvero finita. Israele prosegue le operazioni contro Hezbollah in Libano, e Teheran denuncia oltre 80 violazioni della tregua in 48 ore. Lo stesso Trump ha avvertito che gli Stati Uniti sono pronti a «tornare a lanciare bombe» se l’Iran non rispetterà i patti. Il Pentagono, intanto, ha comunicato al Congresso un fabbisogno di 80 miliardi di dollari per coprire i costi della guerra e altre spese, segno che l’apparato militare americano resta in allerta.

La partita si sposta ora sul terreno politico interno iraniano. Khamenei ha precisato che i futuri negoziati diretti «non significheranno accettare il punto di vista del nemico», e che Pezeshkian ha promesso di non piegarsi a richieste eccessive. Una formulazione che, nell’ottica di Teheran, consente al leader supremo di tenersi a distanza di sicurezza: se l’accordo finale porterà vantaggi, potrà rivendicarlo come frutto della propria regia; se fallirà, la responsabilità ricadrà sul presidente riformista. Nel frattempo, il petrolio iraniano torna a scorrere, ma la normalizzazione completa degli approvvigionamenti, avvertono gli esperti dell’Agenzia internazionale dell’energia, sarà un processo graduale che si estenderà fino al 2027. Per l’Europa e per l’Italia, la riapertura dello Stretto di Hormuz allontana lo spettro di una crisi energetica acuta, ma il sentiero verso una pace strutturale resta stretto e minato da diffidenze incrociate.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa atlantica / anglosferaStampa russa e CSI
Stampa atlantica / anglosfera
pragmatismodistacco

Il resoconto afferma in modo neutrale che la Guida Suprema iraniana ha approvato il memorandum con gli USA nonostante una sua diversa opinione, dopo aver ricevuto assicurazioni sulla tutela dei diritti iraniani e degli interessi del Fronte della Resistenza. La decisione è presentata come un passo pragmatico compiuto sotto garanzie specifiche.

Stampa russa e CSI/ stato
scetticismopragmatismo

Il resoconto russo rileva che la Guida Suprema ha permesso la firma del memorandum nonostante la sua diversa opinione, sottolineando che il presidente americano ha agito per disperazione e ha usato varie forme di pressione. L'accordo è inquadrato come una mossa cauta dell'Iran, con l'approvazione del leader subordinata alle garanzie del presidente e del consiglio di sicurezza.

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giovedì 18 giugno 2026

Khamenei accusa Trump: «Ha cercato l’accordo per disperazione»

Il leader supremo iraniano rivela di aver autorizzato il memorandum con gli Stati Uniti nonostante una «opinione diversa», mentre si allenta il blocco navale sullo Stretto di Hormuz.

Con un messaggio letto dalla televisione di Stato e diffuso sui social, la Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha rotto il silenzio sul memorandum d’intesa firmato con Washington, offrendo una lettura che mescola legittimazione interna e distanza politica. Khamenei ha dichiarato di aver concesso il proprio assenso malgrado una «opinione diversa», piegandosi soltanto di fronte alle garanzie offerte dal presidente Masoud Pezeshkian e dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale circa la tutela dei «diritti della nazione iraniana e del Fronte della Resistenza». Il leader supremo, che non appare in pubblico da quando rimase ferito nei raid americano-israeliani del 28 febbraio che uccisero suo padre Ali, ha dipinto Donald Trump come un presidente «spinto dalla disperazione», capace di usare «ogni tipo di leva» pur di chiudere il conflitto. Una scelta retorica che, secondo analisti mediorientali, serve a preservare l’immagine di Teheran come attore che concede senza cedere, mentre il capo della diplomazia iraniana Araghchi ha subito elogiato la «saggezza» del messaggio.

Il memorandum, siglato in remoto dai due presidenti con la mediazione di Pakistan e Qatar, delinea un’architettura in tre tempi: cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, riapertura dello Stretto di Hormuz e revoca delle sanzioni petrolifere americane, in cambio dell’impegno iraniano a non produrre né acquisire armi nucleari. In queste ore il Comando centrale statunitense ha confermato la sospensione delle operazioni di blocco navale, mentre il vicepresidente JD Vance ha annunciato il transito di oltre 12 milioni di barili di greggio attraverso lo stretto. I mercati hanno reagito con un calo del Brent ai minimi da inizio marzo, un sollievo per le economie europee e per l’Italia, che dipendono dalla stabilità di quella via d’acqua. Il testo prevede inoltre un piano di ricostruzione da almeno 300 miliardi di dollari e un periodo di 60 giorni per negoziare un accordo definitivo, con primi colloqui faccia a faccia previsti in Svizzera a partire dal 19 giugno.

La fragilità dell’intesa è però evidente a Bruxelles come a Washington. Il presidente francese Macron, che ha ospitato la firma di Trump a Versailles, ha confessato di «non credere» che la guerra sia davvero finita. Israele prosegue le operazioni contro Hezbollah in Libano, e Teheran denuncia oltre 80 violazioni della tregua in 48 ore. Lo stesso Trump ha avvertito che gli Stati Uniti sono pronti a «tornare a lanciare bombe» se l’Iran non rispetterà i patti. Il Pentagono, intanto, ha comunicato al Congresso un fabbisogno di 80 miliardi di dollari per coprire i costi della guerra e altre spese, segno che l’apparato militare americano resta in allerta.

La partita si sposta ora sul terreno politico interno iraniano. Khamenei ha precisato che i futuri negoziati diretti «non significheranno accettare il punto di vista del nemico», e che Pezeshkian ha promesso di non piegarsi a richieste eccessive. Una formulazione che, nell’ottica di Teheran, consente al leader supremo di tenersi a distanza di sicurezza: se l’accordo finale porterà vantaggi, potrà rivendicarlo come frutto della propria regia; se fallirà, la responsabilità ricadrà sul presidente riformista. Nel frattempo, il petrolio iraniano torna a scorrere, ma la normalizzazione completa degli approvvigionamenti, avvertono gli esperti dell’Agenzia internazionale dell’energia, sarà un processo graduale che si estenderà fino al 2027. Per l’Europa e per l’Italia, la riapertura dello Stretto di Hormuz allontana lo spettro di una crisi energetica acuta, ma il sentiero verso una pace strutturale resta stretto e minato da diffidenze incrociate.

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Il resoconto afferma in modo neutrale che la Guida Suprema iraniana ha approvato il memorandum con gli USA nonostante una sua diversa opinione, dopo aver ricevuto assicurazioni sulla tutela dei diritti iraniani e degli interessi del Fronte della Resistenza. La decisione è presentata come un passo pragmatico compiuto sotto garanzie specifiche.

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Il resoconto russo rileva che la Guida Suprema ha permesso la firma del memorandum nonostante la sua diversa opinione, sottolineando che il presidente americano ha agito per disperazione e ha usato varie forme di pressione. L'accordo è inquadrato come una mossa cauta dell'Iran, con l'approvazione del leader subordinata alle garanzie del presidente e del consiglio di sicurezza.

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