
Vance a Israele: «Svegliatevi, Trump è l’unico alleato che vi resta»
Il vicepresidente americano attacca con durezza inedita i critici israeliani dell’intesa con l’Iran, mentre l’accordo divide Washington e Gerusalemme e solleva interrogativi in Europa.
Con una durezza che ha colto di sorpresa persino gli osservatori più smaliziati, il vicepresidente statunitense JD Vance ha intimato ai membri del governo israeliano di «svegliarsi e annusare la realtà», ricordando loro che Donald Trump è «l’unico capo di Stato al mondo simpatetico con la nazione di Israele in questo momento». L’affondo, pronunciato durante un briefing alla Casa Bianca e rilanciato da un’intervista al New York Times, segna il punto di massima tensione pubblica tra le due amministrazioni da quando, quattro mesi fa, Washington e Gerusalemme hanno lanciato congiuntamente l’offensiva contro l’Iran. Vance ha bollato le reazioni israeliane come un «panico strano» e una «reazione esagerata», accusando alcuni ministri del cabinet di Benjamin Netanyahu di attaccare personalmente il presidente americano proprio mentre gli Stati Uniti restano, a suo dire, l’ultimo alleato potente rimasto a Israele dopo anni di progressivo isolamento internazionale.
Il memorandum d’intesa firmato digitalmente a Versailles, che la Casa Bianca presenta come una «vittoria win-win», prevede l’apertura dello Stretto di Hormuz, alleggerimenti sanzionatori, un fondo di ricostruzione da trecento miliardi di dollari e la vendita di petrolio iraniano, ma rinvia a negoziati successivi – forse in Svizzera, dove Vance ha annunciato di volersi recare – la definizione di un programma vincolante per lo smantellamento del nucleare di Teheran. Proprio questa vaghezza è al centro delle critiche israeliane: secondo l’ottica di Gerusalemme, l’intesa non affronta le minacce esistenziali rappresentate dai missili balistici e dal programma atomico iraniano, e rischia di imbrigliare le operazioni militari contro Hezbollah in Libano. Netanyahu, pur non avendo personalmente attaccato l’accordo, si troverebbe – secondo fonti americane – a gestire un gabinetto in ebollizione, mentre Trump ha già scherzato sulla possibilità di scaricare su Vance la colpa di un eventuale fallimento.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la posta in gioco va ben oltre la disputa tra alleati. L’apertura di Hormuz promette di stabilizzare le rotte energetiche da cui dipende buona parte del Mediterraneo, ma l’assenza di garanzie verificabili sul nucleare iraniano riaccende i timori di una corsa agli armamenti regionale che coinvolgerebbe inevitabilmente anche i Paesi UE affacciati sul Medio Oriente allargato. Gli analisti di Bruxelles osservano con preoccupazione il deteriorarsi del rapporto tra Washington e Gerusalemme: un Israele che si sente abbandonato dal suo storico patrono potrebbe essere tentato da avventure militari unilaterali, con conseguenze dirette sulla sicurezza marittima e sulla pressione migratoria che già tocca le coste italiane. Non è un caso che le cancellerie europee, pur accogliendo con sollievo la fine di una guerra impopolare, stiano seguendo con estrema cautela l’evolversi del negoziato, consapevoli che un’intesa fragile rischia di trasformarsi in una tregua armata anziché in una pace duratura.
Dal canto suo, Vance – noto scettico degli interventi militari all’estero – si è trasformato nel volto pubblico dell’accordo, una mossa che molti a Washington leggono come un azzardo politico calcolato: se l’intesa regge, il vicepresidente potrà intestarsene il merito in vista di una futura corsa alla Casa Bianca; se fallisce, diventerà il capro espiatorio designato. Intanto, da Pechino e da Mosca si guarda con interesse a un possibile ridispiegamento dell’influenza americana nella regione, mentre i Paesi del Golfo, pur senza esporsi pubblicamente, temono che la revoca delle sanzioni possa finanziare indirettamente la rete di milizie sciite che destabilizza Yemen, Iraq e Siria. La partita, insomma, è appena cominciata, e il memorandum di Versailles potrebbe rivelarsi non la parola fine sul conflitto, ma l’inizio di una fase diplomatica ancora più intricata.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
2 gruppi editoriali · 1 lingue
Il vicepresidente americano ha avvertito senza mezzi termini Israele che rischia di perdere il suo unico alleato potente rimasto se continua ad attaccare l'accordo con l'Iran. I funzionari israeliani vengono descritti come in preda a un panico irrazionale, ignorando la realtà che gli Stati Uniti sono il loro ultimo grande amico. Il messaggio è un duro promemoria dell'isolamento di Israele e della sua dipendenza da Washington.
Gli Stati Uniti hanno rimproverato pubblicamente Israele, dicendo al suo governo di non attaccare l'unico alleato potente che gli resta. Le dure parole del vicepresidente sono un chiaro richiamo, che sottolinea l'isolamento diplomatico di Israele. Il tono è di esasperazione e avvertimento paternalistico.
Articoli correlati
Almiron espulso per la bocca coperta: la nuova regola fa storia, Paraguay avanti
9 lingue · 29 testate
SportBrasile travolgente: Cunha e Vinicius affondano Haiti, la Seleção vola in vetta al girone
7 lingue · 31 testate
Geopolitica e PoliticaL'inviato americano in Svizzera per i colloqui nucleari con l’Iran, Teheran pone condizioni sul Libano
9 lingue · 19 testate