
Ebola in Congo: oltre mille infezioni, il ceppo Bundibugyo senza vaccino allarma Africa ed Europa
Con 254 decessi e una letalità del 25%, l'epidemia nella provincia dell'Ituri è la più grave nel primo mese; il virus raro, privo di terapie approvate, ha già raggiunto l'Uganda e solleva preoccupazioni sanitarie in Europa.
La soglia dei mille casi confermati di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo è stata superata nella notte di domenica 21 giugno 2026, a poco più di un mese dalla dichiarazione ufficiale dell'epidemia, il 15 maggio. Secondo il ministero della Salute di Kinshasa, i contagi accertati sono 1.003, con 254 decessi e un tasso di letalità del 25,3 per cento. Cento pazienti sono stati dimessi guariti, ma almeno 365 restano in isolamento. L'epicentro è la provincia orientale dell'Ituri, dove si concentra oltre il 90 per cento dei casi, ma focolai secondari sono attivi nel Nord Kivu, nel Sud Kivu e in Uganda, che ha registrato 19 infezioni e due morti.
Il ceppo responsabile, il raro virus Bundibugyo, non dispone di vaccini né di terapie specifiche approvate. Scienziati dell'Istituto nazionale di ricerca biomedica congolese e del ministero della Salute ugandese hanno confermato che si tratta di un nuovo salto di specie dalla fauna selvatica, escludendo un collegamento con focolai precedenti rimasti silenti. Questa origine zoonotica, unita all'assenza di strumenti farmacologici, rende il contenimento particolarmente arduo. La sorveglianza dei contatti, essenziale per spezzare le catene di trasmissione, copre al momento solo il 55 per cento delle persone esposte, ben al di sotto della soglia del 90 per cento indicata dall'Organizzazione mondiale della sanità. Oltre 35.000 individui restano da rintracciare e il «paziente zero» non è ancora stato identificato.
La risposta sanitaria è complicata dal conflitto armato che interessa l'Ituri e da ripetuti attacchi contro le strutture di cura. A Beni, nel Nord Kivu, gruppi di residenti hanno fatto irruzione in un centro di isolamento armati di bastoni e machete, per protestare contro il divieto di toccare le salme dei congiunti, misura necessaria per limitare la diffusione del virus. Almeno 78 operatori sanitari sono stati contagiati e 18 sono morti, spesso dopo aver prestato assistenza in cliniche generiche prima che la diagnosi di Ebola fosse sospettata. I Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) hanno avvertito che, se la trasmissione non verrà rapidamente contenuta, l'epidemia potrebbe superare in gravità quella dell'Africa occidentale del 2014-2016, che uccise oltre 11.000 persone.
L'Europa osserva con attenzione. Un medico statunitense infettato in Congo è stato trasferito a maggio nell'unità di isolamento della Charité di Berlino e trattato con un farmaco sperimentale a base di anticorpi di sopravvissuti, non ancora autorizzato; è sopravvissuto. Il caso ha mostrato che importazioni sporadiche possono essere gestite in centri specializzati, ma ha ribadito l'assenza di un vaccino per il Bundibugyo. Israele ha segnalato un sospetto caso in un viaggiatore di ritorno dal Congo, ancora da confermare. Il prossimo indicatore cruciale sarà la capacità delle squadre di risposta di portare il tracciamento dei contatti almeno al 90 per cento, la soglia tecnica oltre la quale, secondo l'OMS, è possibile interrompere le catene di trasmissione e prevenire una escalation regionale.
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Il focolaio nell'est del Congo ha superato i 1.000 casi confermati con 254 decessi. È causato dal raro virus Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini né terapie, rendendo il contenimento particolarmente difficile. Le autorità stanno lottando per controllare un patogeno senza contromisure mediche.
I casi confermati di Ebola in Congo hanno superato quota 1.000, con 254 decessi, ma la risposta è minata da ripetuti attacchi ai centri di cura. Un nuovo assalto a una struttura a Beni ha accresciuto i timori che la violenza ostacoli il contenimento. Gli operatori sanitari affrontano il pericolo non solo del virus ma anche dell'aggressione armata.
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