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Due attacchi in 24 ore scuotono Damasco: il fragile equilibrio della Siria post-Assad

Un ordigno in un caffè uccide dieci civili, un assalto a un checkpoint ferisce tre agenti: la capitale torna a fare i conti con la violenza mentre le nuove autorità promettono giustizia.

Nel giro di ventiquattr’ore la capitale siriana è stata colpita da due distinti episodi di violenza che hanno riacceso i riflettori sulla precarietà della sicurezza nel Paese. Giovedì pomeriggio un ordigno rudimentale, caricato con schegge metalliche e dal peso di circa un chilogrammo, è esploso in un caffè affollato di via an-Nasr, a pochi passi dal Palazzo di Giustizia nel centro di Damasco. Secondo il ministero della Sanità siriano il bilancio, aggiornato venerdì, è di dieci morti e ventuno feriti. Venerdì mattina, all’ingresso del sobborgo di Jaramana, un uomo in motocicletta ha lanciato due granate contro un posto di blocco delle forze di sicurezza, ferendo tre agenti, ed è rimasto ucciso dall’esplosione della terza granata che stava per scagliare. Le autorità lo hanno identificato come Daniyal Riyad Dawud, ricercato per omicidio e traffico di stupefacenti, e hanno arrestato il complice che era con lui.

Le reazioni ufficiali si sono concentrate sulla promessa di perseguire i responsabili. Il ministero dell’Interno, in un comunicato diffuso dall’agenzia SANA, ha definito «terroristico» l’attentato al caffè e ha assicurato che «i colpevoli e chiunque sia dietro di loro saranno braccati e consegnati alla giustizia». Le indagini preliminari indicano che l’esplosione è stata causata da un ordigno artigianale depositato sul posto, ma a distanza di ore nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. Per l’assalto al checkpoint, le fonti di sicurezza hanno descritto una dinamica più circoscritta: l’uomo, fermato per un controllo, avrebbe reagito sparando in aria con una pistola e lanciando le granate, morendo sul colpo quando l’ultimo ordigno gli è esploso in mano. Le autorità hanno sottolineato la fedina penale del deceduto, inquadrando l’episodio come un fatto criminale piuttosto che come un’azione organizzata.

La sequenza di eventi si inserisce in un contesto di perdurante instabilità dopo la presa del potere, nel dicembre 2024, da parte della coalizione a guida islamista che ha rovesciato il regime di Bashar al-Assad. Il nuovo esecutivo, riconosciuto da diversi attori regionali e sostenuto da Washington, ha aderito alla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, ma deve fare i conti con cellule dormienti del gruppo jihadista che, secondo analisti della sicurezza occidentali, conservano capacità operativa nonostante la sconfitta territoriale del 2019. L’attentato più sanguinoso nella capitale risaliva al giugno 2025, quando un’esplosione in una chiesa causò venticinque vittime e fu rivendicata da un gruppo fondamentalista sunnita, mentre Damasco ne attribuì la responsabilità all’IS. A questi si aggiungono attentati contro minoranze religiose, come l’attacco suicida a una moschea in un quartiere alawita di Homs, che testimoniano la difficoltà di estendere il controllo su tutto il territorio e di arginare le frange estremiste.

Per l’Europa e l’Italia, che osservano con attenzione l’evoluzione siriana anche in chiave di flussi migratori e di minaccia terroristica, il ripetersi di episodi violenti nel cuore della capitale segnala che il processo di stabilizzazione è tutt’altro che consolidato. Bruxelles, pur mantenendo canali di dialogo con le nuove autorità, continua a subordinare un pieno disgelo diplomatico a progressi verificabili sul fronte dei diritti e della sicurezza inclusiva. Le indagini su entrambi gli episodi sono in corso e il ministero dell’Interno ha invitato i media a non diffondere voci non verificate, riservandosi di comunicare sviluppi solo attraverso i canali ufficiali. Al momento non sono stati annunciati arresti per l’attentato al caffè, mentre prosegue l’interrogatorio del fermato a Jaramana.

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venerdì 3 luglio 2026

Due attacchi in 24 ore scuotono Damasco: il fragile equilibrio della Siria post-Assad

Un ordigno in un caffè uccide dieci civili, un assalto a un checkpoint ferisce tre agenti: la capitale torna a fare i conti con la violenza mentre le nuove autorità promettono giustizia.

Nel giro di ventiquattr’ore la capitale siriana è stata colpita da due distinti episodi di violenza che hanno riacceso i riflettori sulla precarietà della sicurezza nel Paese. Giovedì pomeriggio un ordigno rudimentale, caricato con schegge metalliche e dal peso di circa un chilogrammo, è esploso in un caffè affollato di via an-Nasr, a pochi passi dal Palazzo di Giustizia nel centro di Damasco. Secondo il ministero della Sanità siriano il bilancio, aggiornato venerdì, è di dieci morti e ventuno feriti. Venerdì mattina, all’ingresso del sobborgo di Jaramana, un uomo in motocicletta ha lanciato due granate contro un posto di blocco delle forze di sicurezza, ferendo tre agenti, ed è rimasto ucciso dall’esplosione della terza granata che stava per scagliare. Le autorità lo hanno identificato come Daniyal Riyad Dawud, ricercato per omicidio e traffico di stupefacenti, e hanno arrestato il complice che era con lui.

Le reazioni ufficiali si sono concentrate sulla promessa di perseguire i responsabili. Il ministero dell’Interno, in un comunicato diffuso dall’agenzia SANA, ha definito «terroristico» l’attentato al caffè e ha assicurato che «i colpevoli e chiunque sia dietro di loro saranno braccati e consegnati alla giustizia». Le indagini preliminari indicano che l’esplosione è stata causata da un ordigno artigianale depositato sul posto, ma a distanza di ore nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. Per l’assalto al checkpoint, le fonti di sicurezza hanno descritto una dinamica più circoscritta: l’uomo, fermato per un controllo, avrebbe reagito sparando in aria con una pistola e lanciando le granate, morendo sul colpo quando l’ultimo ordigno gli è esploso in mano. Le autorità hanno sottolineato la fedina penale del deceduto, inquadrando l’episodio come un fatto criminale piuttosto che come un’azione organizzata.

La sequenza di eventi si inserisce in un contesto di perdurante instabilità dopo la presa del potere, nel dicembre 2024, da parte della coalizione a guida islamista che ha rovesciato il regime di Bashar al-Assad. Il nuovo esecutivo, riconosciuto da diversi attori regionali e sostenuto da Washington, ha aderito alla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, ma deve fare i conti con cellule dormienti del gruppo jihadista che, secondo analisti della sicurezza occidentali, conservano capacità operativa nonostante la sconfitta territoriale del 2019. L’attentato più sanguinoso nella capitale risaliva al giugno 2025, quando un’esplosione in una chiesa causò venticinque vittime e fu rivendicata da un gruppo fondamentalista sunnita, mentre Damasco ne attribuì la responsabilità all’IS. A questi si aggiungono attentati contro minoranze religiose, come l’attacco suicida a una moschea in un quartiere alawita di Homs, che testimoniano la difficoltà di estendere il controllo su tutto il territorio e di arginare le frange estremiste.

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