
Doku e la scelta di paternità: il Mondiale scopre il confine tra campi e culle
L’attaccante belga voleva tornare per la nascita del figlio, criticato da una presentatrice tv. Poi la febbre lo ha fermato, mentre il dibattito scuote le coscienze.
Il passo indietro è arrivato a poche ore dal fischio d’inizio di Belgio-Iran, in un crescendo di dichiarazioni e rettifiche che hanno trasformato un semplice annuncio famigliare in un caso mediatico planetario. France Pierron, volto dell’Équipe, ha chiesto scusa per aver definito «del tutto inutile» la presenza del padre in sala parto e per aver etichettato la nascita come «un momento disgustoso»: parole rivolte a Jérémy Doku, reo di aver anticipato che avrebbe lasciato il ritiro della nazionale per assistere al parto della moglie Shireen, atteso proprio durante la fase a eliminazione diretta del Mondiale 2026.
Tutto era cominciato con la serena dichiarazione del 24enne del Manchester City, che aveva messo in chiaro le priorità: «È il mio primo figlio, nessuno vorrebbe perderselo». Un’affermazione accolta con rispetto da molti addetti ai lavori, ma che ha acceso la miccia nel dibattito mediatico francese. Pierron, in un editoriale social, aveva rincarato la dose: «Centinaia di calciatori ucciderebbero per essere al tuo posto, stai vivendo un sogno da bambino». L’attaccante dell’Aston Villa Ollie Watkins, padre di due figli, ha replicato seccamente: «Non si definisce disgustosa una nascita, e Doku ha tutto il diritto di tornare». L’ex pugile Brahim Asloum, da Parigi, ha sintetizzato: «Un figlio è tutta la vita, un Mondiale finisce quando finisce».
Sul campo, intanto, la vicenda ha assunto contorni paradossali. Doku, schierato per 86 minuti nel pareggio per 1-1 contro l’Egitto, non è sceso in campo contro l’Iran – match concluso a reti inviolate – per una forte infezione respiratoria. La federcalcio belga ha smentito ogni legame con la questione famigliare, ma la sua assenza ha alimentato illazioni e forzature. Il Belgio, con due pareggi nel girone, affronta ora un percorso accidentato: De Bruyne e compagni sono chiamati a vincere contro la Nuova Zelanda per evitare un’eliminazione precoce, mentre Doku resta in dubbio.
La polemica ha riaperto un confronto più ampio sull’evoluzione del ruolo paterno nello sport di vertice. Mentre dagli studi televisivi di Parigi filtrava un’idea di calcio totalizzante, da Londra e da Bruxelles emergeva una sensibilità diversa, che considera la partecipazione alla nascita un diritto inalienabile anche per i privilegiati protagonisti del pallone. Non è un caso che, nello stesso torneo, il norvegese Leo Östigard abbia festeggiato via videochiamata la nascita del suo primogenito, raccontando la commozione condivisa con i compagni Haaland e Berge. Il Mondiale, ancora una volta, si fa specchio di mutamenti sociali che travalicano il rettangolo verde.
La prossima partita del Belgio diventa così decisiva anche sul piano simbolico: sarà l’occasione per ricompattare lo spogliatoio attorno al proprio talento, o per acuire le fratture tra esigenze personali e pressioni collettive. Doku, una volta guarito, potrà scegliere se tornare in campo o mantenere fede alla promessa fatta alla moglie. In ogni caso, il dibattito ha già segnato un punto: la paternità ha fatto irruzione nel tempio del calcio mondiale, e non intende più restare in silenzio.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa atlantica difende la scelta di Doku di dare priorità alla famiglia, sottolineando che un presentatore televisivo si è scusato pubblicamente per averlo attaccato. La narrazione enfatizza il diritto personale di essere presente al parto, presentando la decisione come normale e lodevole.
La storia è inquadrata come un dilemma tra dovere sportivo e vita personale, chiedendosi cosa conti di più. Vengono presentati entrambi i lati: l'importanza del Mondiale contro il significato della paternità, senza prendere una posizione netta.
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