
Doha, il tavolo tecnico indiretto tra Stati Uniti e Iran: asset congelati e Hormuz al centro
Le delegazioni discutono con la mediazione di Qatar e Pakistan i meccanismi per sbloccare fondi e garantire la navigazione, mentre Trump ostenta ottimismo e Teheran nega contatti diretti.
A Doha sono in corso colloqui tecnici indiretti tra funzionari statunitensi e iraniani, incardinati nella cornice della tregua siglata a metà giugno e mediati da Qatar e Pakistan. Le riunioni, che secondo fonti diplomatiche coinvolgono rappresentanti delle banche centrali e dei ministeri dell’Agricoltura, si concentrano su due dossier operativi: lo sblocco di una tranche di asset iraniani congelati – stimati tra sei e dodici miliardi di dollari – e la riapertura sicura dello Stretto di Hormuz, via d’acqua cruciale per il commercio petrolifero globale. L’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente, hanno incontrato il premier qatariota per preparare il terreno, ma non partecipano alle sessioni tecniche, segno di un negoziato che resta a un livello amministrativo e non politico.
Da Washington, il presidente Trump ha descritto gli incontri come «molto buoni» e ha collegato i progressi alla denuclearizzazione dell’Iran, pur ricordando di aver «colpito duramente» Teheran la scorsa settimana. Secondo fonti dell’amministrazione, la Casa Bianca considera il canale diplomatico preferibile a una nuova escalation, ma il vicepresidente Vance ha avvertito che restano a disposizione «molte leve di pressione» e che i negoziati sono solo agli inizi. Sul versante iraniano, il portavoce della diplomazia ha escluso qualsiasi trattativa diretta con gli Stati Uniti, definendo la missione a Doha un passaggio tecnico per l’attuazione del memorandum d’intesa. La presenza di delegati della Banca centrale e del ministero dell’Agricoltura segnala tuttavia che il nodo centrale è la liberazione dei fondi e il loro utilizzo per acquisti umanitari, su cui permane una divergenza: Washington vorrebbe vincolarli a prodotti agricoli statunitensi, mentre Teheran rivendica piena autonomia di spesa.
Per l’Europa e in particolare per l’Italia, l’evoluzione del tavolo ha riflessi immediati. Lo Stretto di Hormuz, dove recenti scontri hanno minacciato la tregua, è il collo di bottiglia di circa un quinto del petrolio mondiale; una sua chiusura prolungata si tradurrebbe in un’impennata dei prezzi energetici nel Mediterraneo. Doha, che coordina con l’Oman la sicurezza della navigazione, ha confermato che i sei miliardi di dollari non sono ancora stati trasferiti a Teheran e che ogni passo sarà legato all’avanzamento dei negoziati. Bruxelles segue con attenzione anche il capitolo nucleare: il meccanismo di verifica richiesto dagli Stati Uniti – ispezioni e impegni «verificabili» per lo smantellamento del programma – potrebbe ridefinire l’architettura di controllo ereditata dall’accordo del 2015, con conseguenze per la sicurezza collettiva.
Il memorandum d’intesa firmato elettronicamente dai presidenti Pezeshkian e Trump concede alle parti sessanta giorni per raggiungere un’intesa complessiva che ponga fine a un conflitto scoppiato a febbraio con i raid americani e israeliani sul territorio iraniano. La scadenza di metà agosto non è però considerata perentoria da Trump, che ha lasciato intendere margini di flessibilità. Mentre i tecnici proseguono il lavoro a Doha, il dossier resta sospeso tra la pressione militare – il Wall Street Journal ha rivelato che il Pentagono ha aggiornato i piani per operazioni su larga scala – e la necessità di consolidare un cessate il fuoco ancora fragile, in un quadrante dove si incrociano gli interessi energetici, nucleari e di sicurezza dell’intero Occidente.
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Le notizie indicano progressi nelle consultazioni tecniche indirette tra USA e Iran ospitate da Doha, con l'agenda che include beni congelati e lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, il contesto più ampio delle attività regionali dell'Iran e dei suoi legami con gruppi armati attenua ogni ottimismo. I colloqui sono visti come un passo necessario ma limitato, con scetticismo sulla volontà dell'Iran di scendere a compromessi.
Il Qatar chiarisce che i 6 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati non sono ancora stati trasferiti e rimangono soggetti all'accordo del 2023, destinati ad acquisti umanitari. Lo stato del Golfo sottolinea il suo ruolo di intermediario finanziario, non di proprietario dei fondi, e lega qualsiasi trasferimento ai progressi nei negoziati. L'attenzione è sugli aspetti tecnici e finanziari, evitando commenti politici più ampi.
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