
Cuba tra riforme storiche e minacce di guerra: l’Avana apre ai mercati, Trump non esclude l’intervento
Il regime vara il più ampio pacchetto di aperture economiche dal 1959 mentre Washington stringe le sanzioni e il presidente Usa giudica «possibile» un’azione militare.
Mentre l’Avana approva all’unanimità il più esteso pacchetto di riforme economiche dai tempi dei barbudos – apertura agli investimenti privati e stranieri, fine del tetto ai dipendenti per le imprese, possibilità di cedere quote statali e creare banche private – il presidente degli Stati Uniti, in un’intervista ad Axios, dichiara «possibile» un intervento militare contro l’isola, citando la vicinanza geografica alla Florida. Le parole di Trump, che paragona Cuba al Venezuela e all’Iran, si innestano su una strategia di massima pressione energetica e finanziaria che l’Avana definisce «blocco totale», simile a un assedio di tipo militare.
Secondo fonti dell’amministrazione Trump, l’obiettivo è combinare l’asfissia economica con la minaccia dell’uso della forza per forzare una transizione politico-economica. La Casa Bianca ha imposto sanzioni a chi rifornisce petrolio all’isola, colpito la compagnia statale Cupet, indotto catene alberghiere come Meliá e Iberostar e la miniera canadese Sherritt a sospendere le operazioni, e spinto diversi Paesi caraibici a interrompere la cooperazione medica con Cuba. Contemporaneamente, il segretario alla Difesa Hegseth ha ammonito L’Avana dal dotarsi di missili che potrebbero «invitare il tipo di confronto che non potrebbero sopportare». Sul fronte giudiziario, l’incriminazione di Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei di esuli nel 1996 aggiunge un ulteriore vettore di pressione.
Dal canto suo, il presidente Miguel Díaz-Canel presenta le riforme non come una resa alle richieste di Washington, ma come strumento per contrastare l’embargo e garantire la sopravvivenza del socialismo. Ammette però che la crisi non deriva solo dalle sanzioni: «Decisioni rimandate, lentezza, burocrazia» hanno contribuito al tracollo, con blackout fino a 72 ore e un’economia che si contrarrà di oltre il 6,5% nel 2025, dopo un crollo cumulato superiore al 15% dal 2020. Il pacchetto, approvato dal parlamento in una seduta che secondo gli analisti funge da ratifica formale di scelte del Partito comunista, guarda ai modelli di Cina e Vietnam: capitalismo senza democrazia, con aperture nel settore immobiliare, bancario e nella proprietà di più aziende, e un graduale superamento dei sussidi universali.
In Europa, il varo delle riforme viene osservato con cautela: da Bruxelles si ribadisce l’opposizione all’embargo americano, ma le imprese italiane e spagnole attive nel turismo e nell’energia già pagano il rischio di sanzioni secondarie Usa. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez denuncia un «piano di asfissia economica» che impedisce a qualsiasi compagnia al mondo di vendere petrolio all’isola o pezzi di ricambio per le centrali termoelettriche. L’esecutivo dell’Avana assicura agli investitori stranieri, inclusi gli oltre due milioni di cubani all’estero, un quadro «stabile e rispettoso», ma l’attuazione delle quasi duecento misure resta incerta, e il precedente del freno posto dall’ala dura del regime durante il disgelo con Obama rende scettici gli osservatori. L’amministrazione Trump, pur non avendo annunciato piani di invasione, mantiene aperta l’opzione militare mentre verifica se le riforme si tradurranno in fatti.
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Gli Stati Uniti stanno intensificando il loro soffocamento economico e flirtano apertamente con un'azione militare contro Cuba. In risposta, Cuba adotta con riluttanza riforme orientate al mercato, ma la narrazione sottolinea la pressione esterna coercitiva e dipinge l'isola come vittima dell'aggressione imperiale.
Cuba sta intraprendendo la sua più significativa apertura economica dalla rivoluzione, spinta dalla necessità interna di salvare il sistema. La decisione è inquadrata come una svolta storica, riecheggiando momenti passati di cambiamento, con pochi riferimenti diretti alla pressione statunitense.
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