
Cuba, la morsa energetica e il blocco USA: blackout continui e turismo al collasso
L’Avana accusa Washington di strangolare l’isola, mentre gli alberghi restano vuoti e l’Italia invia un container di solidarietà.
Domenica la rete elettrica cubana è stata parzialmente ripristinata dopo l’ennesimo blackout che ha gettato nell’oscurità l’intera isola per oltre un giorno. È stato il quarto collasso generalizzato in sei mesi – il nono dalla fine del 2024 –, un’emergenza che ha scatenato proteste popolari con pentole e clacson. Secondo l’Unión Eléctrica, il recupero procede “in modo graduale” ed è ostacolato dalla cronica mancanza di carburante, che impedisce l’accensione dei generatori di riserva.
Il governo dell’Avana attribuisce la paralisi al blocco petrolifero imposto da Washington nel gennaio scorso, definito dal presidente Miguel Díaz-Canel un “assedio genocida”. Da allora, ha precisato la compagnia di Stato, è stato consentito l’arrivo di un’unica petroliera russa con 100mila tonnellate di greggio. L’amministrazione statunitense, per voce del segretario di Stato Marco Rubio, replica che le sanzioni perseguono l’obiettivo di forzare riforme economiche e politiche a Cuba, aprendo eventualmente la strada a una nuova relazione bilaterale, ma solo a condizione di un cambio di rotta.
La morsa energetica ha travolto anche il turismo, settore su cui il paese aveva investito per uscire dalla recessione. Nei primi cinque mesi del 2026 gli arrivi internazionali sono crollati del 58% rispetto all’anno precedente: molti alberghi restano vuoti e diverse compagnie aeree hanno sospeso i voli, impossibilitate a rifornirsi di cherosene sull’isola. In questo quadro di asfissia economica si è inserita l’Italia con un gesto di solidarietà. L’associazione Semi di Pace, attiva a Cuba da ventotto anni, ha inviato un container di materiale sanitario e beni di prima necessità, ricordando esplicitamente – nelle parole del presidente Luca Bondi – il debito di gratitudine verso i medici cubani che durante la pandemia di Covid-19 prestarono soccorso negli ospedali italiani.
Alla radice della crisi c’è una rete elettrica obsoleta, con sette centrali termoelettriche che hanno superato i quarant’anni di esercizio, e la dipendenza quasi totale dal petrolio importato. Dopo il taglio dei rifornimenti venezuelani e l’inasprimento dell’embargo, le prospettive a breve restano fosche: secondo osservatori europei, il perdurare dei blackout rischia di accelerare i flussi migratori verso gli Stati Uniti e, in misura minore, verso l’Europa. Al momento, non si registrano segnali di distensione: Washington mantiene la pressione, mentre l’Avana continua a chiedere la fine del blocco senza concedere aperture politiche.
| Stampa latinoamericana | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa israeliana | 0.00 | neutral |
Cuba denuncia il blocco statunitense come causa della crisi energetica, chiedendo la fine dell'embargo.
La narrazione attribuisce ogni difficoltà alla pressione esterna, creando un'immagine di vittima innocente.
Non si menzionano le inefficienze del sistema energetico cubano o la mancanza di investimenti interni.
L'Italia invia aiuti umanitari a Cuba per alleviare la crisi energetica, dimostrando solidarietà concreta.
Si umanizza la crisi spostando l'attenzione sulle azioni di soccorso, evitando di approfondire le cause politiche.
Non si discute il ruolo dell'embargo USA come causa strutturale, né si criticano le sanzioni.
Cuba è in una crisi energetica cronica, aggravata dall'embargo ma anche dal degrado delle infrastrutture esistenti.
Si bilancia l'attribuzione delle cause tra fattori esterni e interni, mantenendo un tono distaccato.
Non si enfatizzano le sofferenze umane né si chiede esplicitamente la fine dell'embargo.
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