
Crisi dell'auto tedesca: Volkswagen prepara 100mila tagli, scontri alla Mercedes
Il piano di ristrutturazione più drastico nella storia del gruppo di Wolfsburg e la richiesta di più ore lavorative a parità di salario infiammano il sindacato.
La più grande casa automobilistica europea si appresta a presentare al consiglio di sorveglianza, il 9 luglio, un piano di ristrutturazione che prevede fino a 100.000 esuberi e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania – Hannover, Zwickau, Emden e lo stabilimento Audi di Neckarsulm. La cifra raddoppia i 50.000 tagli già annunciati e rappresenterebbe la più drastica riduzione di personale nella storia del gruppo. Contemporaneamente, la direzione di Mercedes-Benz ha proposto di portare l’orario settimanale a 40 ore a parità di salario, rinviare i premi aziendali e abolire il lavoro da remoto. La mossa è stata interpretata dai rappresentanti dei lavoratori come una provocazione deliberata, che mette in discussione uno dei capisaldi delle relazioni industriali tedesche.
La crisi che attraversa l’industria automobilistica tedesca ha radici strutturali. La concorrenza dei costruttori cinesi, i dazi imposti dagli Stati Uniti, il calo della domanda in Europa e l’aumento dei costi delle materie prime – aggravato, secondo fonti aziendali, dal conflitto in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz – hanno compresso i margini. Nel primo trimestre del 2026 l’utile operativo di Mercedes è sceso del 30% rispetto all’anno precedente; Volkswagen ha visto i profitti ridursi del 44% nel 2025. La direzione di Mercedes sostiene che i costi strutturali del lavoro in Germania non sono più competitivi su scala internazionale. Per Volkswagen, la situazione è resa ancora più complessa dalla cosiddetta “legge Volkswagen”: il Land della Bassa Sassonia detiene il 20% dei diritti di voto e può bloccare la chiusura degli impianti.
La reazione sindacale è stata immediata e su larga scala. Venerdì scorso, decine di migliaia di dipendenti Mercedes hanno incrociato le braccia in diverse città tedesche – 10.000 solo a Sindelfingen, secondo le stime del consiglio di fabbrica, mentre il sindacato IG Metall parla di oltre 33.000 manifestanti in tutto il Paese. I cortei hanno scandito slogan come “Ola raus!”, chiedendo le dimissioni dell’amministratore delegato Ola Källenius. Il presidente del comitato aziendale, Ergun Lümali, ha definito le misure “un attacco allo Stato sociale e ai contratti collettivi”. Anche il governo federale ha espresso contrarietà alla chiusura degli stabilimenti Volkswagen, ribadendo l’obiettivo di salvaguardare l’occupazione. La mobilitazione, secondo IG Metall, è solo l’inizio di un’ondata di proteste che coinvolgerà l’intera filiera automobilistica, dai costruttori ai fornitori.
La posta in gioco va oltre i confini tedeschi. L’industria dell’auto europea sta affrontando una ristrutturazione che, secondo i dati raccolti dalla piattaforma TrueUp, ha già portato all’annuncio di oltre 128.000 tagli nel solo settore automobilistico nella prima metà del 2026, su un totale di 430.000 esuberi programmati a livello globale dalle grandi multinazionali. La contrazione si ripercuote sull’intera catena di fornitura continentale, con possibili ricadute per i produttori italiani di componentistica. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 9 luglio, quando il consiglio di sorveglianza di Volkswagen dovrà esprimersi sul piano di ristrutturazione. L’esito determinerà non solo il futuro del gruppo, ma anche l’intensità dello scontro sociale che attraversa il cuore manifatturiero della Germania.
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.50 | critical |
L'industria automobilistica tedesca è in crisi strutturale; i sussidi sono mal indirizzati e la competitività si erode. Servono riforme pragmatiche, non panico.
Inquadrando la crisi come un problema strutturale di competitività e disallineamento delle politiche, la narrazione depoliticizza la questione e chiede soluzioni tecnocratiche, evitando di attribuire colpe a singoli attori.
Non viene menzionato il ruolo degli alti costi energetici e delle tensioni geopolitiche (es. sanzioni alla Russia) nell'aumento dei costi di produzione.
Le ferite autoinflitte dall'Europa con sanzioni e ostilità verso la Russia sono ora visibili nella crisi automobilistica tedesca. La Russia si presenta come alternativa stabile.
La narrazione proietta le rimostranze geopolitiche della Russia sui problemi economici europei, inquadrando la crisi come conseguenza diretta delle politiche antirusse, legittimando così la posizione russa.
Viene omesso il ruolo della concorrenza globale, dei cambiamenti tecnologici e delle controversie interne al lavoro tedesco; la crisi è attribuita esclusivamente agli errori politici europei.
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