
La mantella nera che diventa abito da sposa: la couture parigina riscopre la meraviglia
Tra caldo anomalo e sfilate visionarie, la settimana dell'alta moda ha messo in scena trasformazioni, sculture tessili e un addio alla tradizione del velo.
A un tratto, sulla passerella di Alexis Mabille, una modella avvolta in una mantella di raso nero si ferma. Due assistenti le si avvicinano, afferrano i lembi del tessuto e li dispiegano lentamente: ciò che sembrava un soprabito si rivela un abito da sposa in pizzo, con un corpetto di broccato. Non è un cambio d’abito dietro le quinte, ma una metamorfosi in piena vista, un gesto che racchiude il senso di una settimana in cui l’alta moda parigina ha messo in scena trasformazioni a vista, riscoprendo la dimensione artigianale.
La couture dell’autunno-inverno 2026-2027 si è svolta sotto un’afa insolita per Parigi, ma il caldo non ha frenato la ricerca di una bellezza che, secondo alcuni commentatori, sembra voler rispondere alle ansie del presente con l’irrazionalità deliberata. Jonathan Anderson da Dior ha trasformato la sfilata in un dialogo con la scultura, ispirandosi alle forme colate e annodate dell’artista americana Lynda Benglis: plissé a mano, drappeggi e nodi hanno dato vita a silhouette che sembravano modellate più che cucite, in un cortocircuito tra tessuto e bronzo. La collaborazione con l’artista, che da anni vive e lavora tra Ahmedabad e il New Mexico, ha portato in passerella anche frammenti di chintz settecentesco applicati alle borse, a ricordare che la moda può essere archivio e geografia.
La stessa tensione tra sogno e concretezza ha attraversato le altre maison. Elie Saab ha costruito un ballo di “sogni indomiti” in cui gli abiti diventavano personaggi di una narrazione, con copricapi scolpiti e maschere che trasformavano le modelle in figure misteriose. Da Chanel, Matthieu Blazy ha preso in prestito le fiabe dall’appartamento di Gabrielle Chanel per disseminare la collezione di dettagli nascosti: scarpe a forma di baccello, minaudière a forma di orso, pizzi che si arrampicano come steli di fagiolo magico. E se Robert Wun ha popolato la sua passerella di palloncini e giochi d’infanzia trasformati in volumi esagerati, la sfilata di Armani Privé, firmata da Silvana Armani a quasi un anno dalla scomparsa del fondatore, ha scelto la via opposta: l’intimità di un boudoir, dove velluti e ricami raccontano una femminilità che si prepara in silenzio, lontano dai riflettori.
In prima fila, il pubblico internazionale ha seguito queste metamorfosi con un’attenzione che andava oltre il glamour. La presenza di star come Priyanka Chopra e Sabrina Carpenter da Dior, o di Tilda Swinton e Lupita Nyong’o da Chanel, ha confermato il ruolo della couture come evento culturale globale. Ma a rubare la scena è stata anche un’assenza: quella del secondo abito da sposa di Taylor Swift, realizzato da Anderson per le nozze con Travis Kelce e rimasto gelosamente privato, mentre in passerella sfilava una sposa Dior con un velo di piume di tarassaco.
Il gesto più radicale, tuttavia, è arrivato alla fine della sfilata Chanel. Invece del tradizionale abito bianco che da sessant’anni chiude ogni défilé di haute couture, Blazy ha fatto uscire una modella con un tubino nero, il “little black dress” che Coco Chanel rese icona di un’eleganza indipendente. Un finale che, nella sua asciutta semplicità, ha ricordato a tutti che la vera meraviglia, a volte, sta nel saper rompere le regole senza fare rumore.
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La collezione da sogno di Elie Saab viene celebrata come un trionfo dell'arte libanese, dove l'alta moda diventa una narrazione teatrale di sogni indomiti. La voce è quella di un orgoglioso insider culturale, che eleva il lavoro dello stilista a un livello mitico.
Il blocco usa iperbole e linguaggio poetico per creare un'aura di trascendenza, ignorando qualsiasi contesto problematico come l'ondata di caldo o lo scetticismo del settore, rafforzando così l'idea che la couture sia pura arte.
Il blocco omette qualsiasi menzione dell'ondata di caldo che ha colpito la settimana, così come le prospettive critiche sulla rilevanza della couture o le sfilate di altri stilisti. Questa omissione permette alla narrazione di rimanere intatta dalla realtà.
Il blocco presenta una visione equilibrata ma interrogativa: mentre ammira la creatività e la trasformazione in collezioni come le doppie identità di Mabille e la fantasia infantile di Wun, chiede anche apertamente se la couture abbia un posto in un mondo ansioso. La voce è quella di un osservatore informato, né del tutto celebrativo né sprezzante.
Il blocco impiega una tecnica di contrasto, giustapponendo gli elementi fantastici delle sfilate con la dura realtà dell'ondata di caldo e dei dubbi esistenziali sulla couture, creando così una narrazione sfumata che riconosce sia meraviglia che scetticismo.
Il blocco non include alcuna prospettiva degli stessi stilisti sull'ondata di caldo o sui dubbi del settore; si basa su commenti esterni. Inoltre, omette l'angolo specifico dell'orgoglio culturale visto nel blocco levantino.
L'ondata di caldo viene intrecciata nella narrazione come elemento poetico che accentua la magia della couture, con le collezioni di Dior e Armani viste come visioni nate dall'intenso lavoro degli atelier. La voce è quella di un commentatore culturale, che apprezza l'arte pur notando l'esclusività e la distanza dalla vita quotidiana.
Il blocco usa la descrizione atmosferica per fondere l'ambiente fisico (caldo) con il processo creativo, suggerendo che il disagio dell'ondata di caldo paradossalmente esalta la bellezza della couture, naturalizzando così l'evento come parte dell'esperienza artistica.
Il blocco omette qualsiasi critica sulla rilevanza della couture o le pressioni economiche; rimane nel quadro estetico. Inoltre, non menziona altri stilisti come Elie Saab o le sfilate più sperimentali.
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