
Cina, la legge sull’unità etnica infiamma lo scontro diplomatico con Usa e Ue
Entrata in vigore il 1° luglio, la normativa estende la giurisdizione di Pechino oltre i confini e scatena accuse di assimilazione forzata e repressione transnazionale.
La Legge sulla promozione dell’unità etnica e del progresso, in vigore dal 1° luglio 2026, ha immediatamente innescato una reazione diplomatica da parte di Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite, mentre Pechino respinge le critiche come «diffamazione malevola» e ingerenza negli affari interni. Il provvedimento, approvato a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo, mira a forgiare un’identità nazionale condivisa tra i 55 gruppi etnici minoritari – inclusi tibetani e uiguri – e contiene una clausola che estende la responsabilità giuridica a persone e gruppi al di fuori dei confini cinesi per atti che minano l’unità etnica o incitano al separatismo.
Secondo Pechino, la legge rafforza lo stato di diritto e tutela i diritti e gli interessi di tutte le etnie, promuovendo al contempo lo sviluppo economico e sociale delle regioni minoritarie. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha dichiarato che la Cina è un paese multietnico dove tutti i gruppi sono uguali e uniti in relazioni armoniose, e ha accusato non meglio precisati «paesi» di chiudere gli occhi di fronte ai progressi cinesi in materia di diritti umani, fabbricando informazioni per minare l’unità etnica. La normativa, ha aggiunto, serve anche a combattere terrorismo, separatismo ed estremismo religioso, e prevede misure di sostegno all’integrazione culturale e allo sviluppo infrastrutturale nelle aree abitate da minoranze, spesso montuose e storicamente meno sviluppate.
La prospettiva occidentale e delle organizzazioni internazionali è radicalmente diversa. L’Unione Europea ha avvertito che la legge potrebbe limitare ulteriormente i diritti culturali, linguistici e religiosi delle minoranze. Il Dipartimento di Stato americano l’ha definita «problematica» perché costringerebbe individui fuori dalla Cina a promuovere attivamente l’agenda del Partito comunista, pena ritorsioni. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ne ha chiesto l’abrogazione, mentre Amnesty International ha denunciato una «istituzionalizzazione delle politiche di assimilazione forzata». Nove parlamentari statunitensi hanno promesso di continuare a denunciare il tentativo di Pechino di legittimare la repressione transnazionale.
Un fronte particolare si è aperto a Taiwan, dove il caucus del Partito progressista democratico (DPP) ha proposto una mozione di condanna al Parlamento, sostenendo che la legge rappresenta una minaccia alla sicurezza dei cittadini taiwanesi e un’estensione del controllo autoritario oltre i confini. La mozione è stata tuttavia bloccata dal voto congiunto dell’opposizione – Partito nazionalista cinese (KMT) e Partito popolare taiwanese (TPP) – che l’hanno esclusa dall’ordine del giorno, scatenando accuse di collusione con Pechino. La legge, già in vigore, non prevede al momento passaggi parlamentari aggiuntivi, ma si prevede che le tensioni diplomatiche e le campagne di pressione internazionale continueranno, con possibili ripercussioni per i viaggiatori e gli accademici taiwanesi e per gli attivisti in esilio.
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.30 | critical |
L'Europa condanna la legge cinese come violazione dei diritti umani e libertà fondamentali, difendendo un ordine basato su standard internazionali.
Si appella a norme universali di diritti umani per delegittimare la legge, presentando la posizione cinese come eccezione inaccettabile.
Non menziona le ragioni di sicurezza interna addotte da Pechino né il consenso di altre potenze autoritarie.
L'India non si allinea automaticamente all'Occidente: la legge cinese è un affare interno, ma va monitorata per le implicazioni sulla sicurezza regionale.
Inquadra la questione in una gerarchia di priorità strategiche, dove la stabilità confinaria e la competizione con la Cina contano più della retorica dei diritti.
Non approfondisce le violazioni specifiche denunciate dall'Occidente, né le critiche delle organizzazioni per i diritti umani.
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