
Canberra raddoppia le multe e rafforza i poteri del regolatore sul divieto social per under 16
Il governo australiano presenta un disegno di legge per sanzioni fino a 99 milioni di dollari e nuovi strumenti investigativi, mentre crescono le prove di elusione del blocco entrato in vigore a dicembre e altri paesi osservano con attenzione.
Il governo australiano ha presentato oggi in parlamento un disegno di legge che raddoppia le sanzioni massime per le piattaforme social che non impediscono l'accesso ai minori di 16 anni, portandole a 99 milioni di dollari australiani (circa 60 milioni di euro), e conferisce alla commissaria per la sicurezza online, Julie Inman Grant, il potere di esigere documenti interni come verbali societari e email, oltre a informazioni da fornitori terzi di verifica dell'età. La mossa arriva a sei mesi dall'entrata in vigore del primo divieto al mondo di questo tipo, il 10 dicembre 2025, e dopo che diverse indagini hanno documentato un'ampia elusione: secondo uno studio dell'Università di Newcastle, oltre l'80 per cento dei minori australiani continua a utilizzare i social network, mentre una ricerca pubblicata sul British Medical Journal ha parlato di "prove insufficienti" di un impatto significativo.
Secondo Canberra, le grandi aziende tecnologiche stanno deliberatamente ostacolando l'applicazione della legge. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che "ci sono ancora troppi bambini sui social media" e che le imprese non fanno abbastanza per conformarsi. La ministra delle Comunicazioni, Anika Wells, ha accusato le piattaforme di usare "trucchi sporchi" e di voler far fallire la normativa per scoraggiare l'adozione di misure analoghe in altri paesi. Wells ha sottolineato che i nuovi poteri consentiranno di costruire casi giudiziari "il più solidi possibile" davanti alla Corte federale, colmando le lacune di una legge che la stessa commissaria eSafety aveva definito "un approccio molto spuntato" con "impalcature molto sottili".
L'opposizione conservatrice, per bocca della senatrice Jane Hume, ha riconosciuto che il divieto "non sta funzionando" a causa di una legge "palesemente mal scritta" e ha aperto alla possibilità di votare a favore delle modifiche, che riprendono lo spirito bipartisan del provvedimento originario. Le piattaforme sotto indagine — Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube — non hanno rilasciato commenti immediati o hanno rifiutato di rispondere. Secondo fonti governative, la commissaria eSafety sta già indagando su possibili violazioni sistemiche e punta a decidere eventuali azioni esecutive entro metà anno.
Il caso australiano è seguito con attenzione da un numero crescente di governi. La Francia ha già approvato una legge che vieta l'accesso ai minori di 15 anni senza consenso parentale, mentre il Regno Unito ha annunciato un divieto "Australia-plus" per gli under 16 a partire dal prossimo anno. Anche Malesia, Polonia, Spagna, Danimarca e Slovenia stanno valutando misure simili. Parallelamente, gli Emirati Arabi Uniti hanno introdotto una norma che vieta l'uso dei social ai minori di 15 anni, spostando la responsabilità dell'applicazione sulle piattaforme e stabilendo che il consenso dei genitori non può derogare al divieto. Il disegno di legge australiano dovrà ora ottenere l'approvazione del parlamento; il voto è atteso nelle prossime settimane, con un ampio consenso trasversale che appare probabile.
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L'Australia raddoppia le sanzioni e rafforza i poteri del regolatore per far rispettare il divieto di accesso ai minori di 16 anni, dimostrando che non si fermerà di fronte all'inerzia delle big tech.
Il blocco presenta la misura come una risposta pragmatica a un problema concreto, citando dati sulla persistenza dell'accesso dei minori per giustificare l'escalation normativa.
Non menziona le critiche delle piattaforme sulla fattibilità tecnica del divieto né i possibili effetti collaterali sulla privacy.
La commissione reale sull'antisemitismo indaga sulla diffusione dell'odio online e sul ruolo dei media, ampliando il quadro regolatorio australiano oltre la protezione dei minori.
Il blocco istituzionalizza il problema dell'odio online attraverso una commissione reale, conferendo legittimità e autorità alla risposta normativa.
Non collega esplicitamente questa inchiesta alla parallela stretta sulle sanzioni per i social media, lasciando i due filoni regolatori separati.
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