
L’UE proroga la protezione per gli ucraini, ma esclude gli uomini in età di leva
La Commissione europea propone di estendere lo status di protezione temporanea fino al 2028, accogliendo la richiesta di Kiev di non concederlo ai nuovi arrivati soggetti a obblighi militari.
La Commissione europea ha proposto di prolungare di un anno, fino al 4 marzo 2028, la protezione temporanea per i cittadini ucraini in fuga dal conflitto, introducendo però una clausola che, per la prima volta, esclude dalla tutela i nuovi arrivati in età di leva. Secondo quanto comunicato dal commissario agli Affari interni Magnus Brunner, la misura risponde a una richiesta esplicita del governo di Kiev, che incontra crescenti difficoltà nel reclutamento di combattenti dopo oltre quattro anni di guerra. La norma, che dovrà essere approvata dal Consiglio dell’Unione a maggioranza qualificata, riguarda in via generale gli uomini tra i 23 e i 60 anni ai quali la legge marziale ucraina vieta di lasciare il Paese, con eccezioni per persone con disabilità o genitori di famiglie numerose. Restano invece pienamente tutelati i circa 4,4 milioni di sfollati già presenti nell’Unione, di cui oltre un quarto sono uomini adulti.
La proposta ha raccolto il sostegno di diversi Stati membri, in particolare Germania, Polonia e Repubblica Ceca, che ospitano le comunità più numerose e che nei mesi scorsi avevano sollecitato un irrigidimento delle regole, anche per ragioni di integrazione interna. Da Bruxelles si sottolinea che l’esclusione non è assoluta: i soggetti coinvolti potranno comunque presentare domanda di asilo, sebbene l’elusione degli obblighi militari non costituisca di per sé un motivo valido per ottenere protezione internazionale. Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha criticato l’approccio, definendo le restrizioni generalizzate una fonte di «preoccupazioni in materia di diritti umani» e chiedendo valutazioni caso per caso, in particolare per gli obiettori di coscienza.
La protezione temporanea, attivata nel marzo 2022 subito dopo l’invasione russa, garantisce ai beneficiari un permesso di soggiorno immediato, accesso al lavoro, all’istruzione e all’assistenza sanitaria senza dover affrontare le lunghe procedure ordinarie per il riconoscimento dello status di rifugiato. Secondo i dati Eurostat, la Germania accoglie il 29,3% dei beneficiari e la Polonia il 22,2%; l’Italia, pur non figurando tra i primi Paesi per numero di presenze, è stata toccata da un contenzioso parallelo sul rimpatrio dei minori ucraini giunti dagli orfanotrofi, che ha visto i tribunali italiani adottare orientamenti divergenti sul riconoscimento della tutela legale ucraina.
La Commissione ha inoltre annunciato un programma pilota per favorire il ritorno volontario di chi desidera rientrare in Ucraina, offrendo informazioni su sicurezza, alloggio e opportunità lavorative nelle diverse regioni, ma senza incentivi economici diretti. L’esecutivo comunitario invita gli Stati membri a preparare una transizione graduale verso forme di residenza di lungo periodo o verso il rimpatrio, nella consapevolezza che la protezione temporanea non potrà essere eterna. La decisione finale spetta ora al Consiglio dell’Unione, dove servirà il voto favorevole di almeno quindici Paesi che rappresentino il 65% della popolazione europea; il dossier sarà discusso nelle prossime settimane, con l’obiettivo di adottare il nuovo regime prima della scadenza attuale del marzo 2027.
| Stampa russa e CSI | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | +0.10 | neutral |
L'Occidente usa l'Ucraina come pedina, negando protezione per forzare la mobilitazione.
Si costruisce una narrazione di complotto occidentale, attribuendo alla decisione dell'UE un intento malevolo e strategico, senza menzionare le ragioni legali o umanitarie.
Non menziona che la protezione temporanea era già limitata e che molti ucraini hanno già fatto ritorno volontariamente.
L'UE agisce con pragmatismo, bilanciando solidarietà e obblighi legali.
Si normalizza la decisione come una routine amministrativa, omettendo le implicazioni politiche e umanitarie.
Non discute le critiche delle organizzazioni umanitarie che vedono la decisione come una violazione dei diritti dei rifugiati.
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