
Bitcoin scende sotto i 58.000 dollari, ai minimi da settembre 2024
La stretta monetaria della Fed, i deflussi record dagli ETF e i timori su Strategy spingono la criptovaluta verso una fase ribassista.
Il bitcoin ha toccato quota 57.742 dollari durante le contrattazioni asiatiche, il livello più basso dal settembre 2024, prima di stabilizzarsi attorno ai 58.800 dollari. La principale criptovaluta ha così perso oltre il 50% dal massimo storico di 126.300 dollari toccato nell’ottobre 2025, mentre ether è scivolato sotto i 1.600 dollari. A pesare è un contesto macrofinanziario segnato dalla postura restrittiva della Federal Reserve, che a giugno ha mantenuto i tassi al 3,5-3,75% ma ha lasciato intravedere la possibilità di un rialzo, rafforzando il dollaro e drenando liquidità dagli asset privi di rendimento.
I deflussi dagli exchange-traded fund spot quotati negli Stati Uniti hanno amplificato la correzione: solo a giugno sono usciti oltre 4 miliardi di dollari, il dato mensile più elevato dall’esordio di questi strumenti, portando il totale dei riscatti da fine aprile a circa 6,7 miliardi. Secondo le stime di Citi, l’afflusso netto atteso per i prossimi dodici mesi è stato azzerato rispetto ai 10 miliardi precedenti, e i target di prezzo sono stati rivisti al ribasso a 82.000 dollari per bitcoin e 2.240 per ether. L’istituto newyorkese delinea uno scenario avverso – con condizioni recessive e deflussi persistenti – che valuterebbe bitcoin a 53.000 dollari. Sul fronte dell’offerta, gli operatori guardano con apprensione alla riorganizzazione finanziaria di Strategy, il maggiore detentore corporate di bitcoin, che potrebbe cedere fino a 1,25 miliardi di dollari in criptovaluta per rafforzare le riserve liquide, incrinando la percezione di una domanda stabile da parte dell’azienda.
Sul piano tecnico, la discesa sotto la media mobile a 200 settimane viene interpretata dagli analisti come un possibile ingresso in un mercato orso prolungato. A ciò si aggiunge l’incertezza normativa negli Stati Uniti, dove i progressi sulla legge Clarity, pensata per definire un quadro giuridico per le criptovalute, restano fermi. Il clima di avversione al rischio è alimentato anche dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che spingono gli investitori verso asset rifugio e, secondo le rilevazioni di Wall Street, favoriscono una rotazione di capitali verso titoli legati all’intelligenza artificiale.
Il prossimo banco di prova sarà la pubblicazione dei dati sull’occupazione statunitense: un mercato del lavoro ancora solido rafforzerebbe le attese di una stretta monetaria, prolungando la fase di debolezza. Nel frattempo, gli occhi restano puntati sugli sviluppi del negoziato tra Washington e Teheran in corso a Doha, che potrebbe allentare una delle fonti di instabilità che tengono lontani i capitali dagli asset digitali.
| Stampa russa e CSI | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
| Stampa latinoamericana | −0.20 | neutral |
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
La Russia contrappone la propria stabilità finanziaria al caos occidentale, denunciando le politiche della Fed come causa del tracollo del bitcoin.
Costruisce una simmetria tra il crollo del bitcoin e la presunta debolezza strutturale dell'Occidente, elevando la Russia a baluardo di stabilità.
Non menziona che anche in Russia esistono flussi di capitale verso asset digitali e che il calo del bitcoin è globale, non limitato ai mercati occidentali.
Il Golfo analizza il movimento del bitcoin con distacco tecnico, inquadrandolo come una fluttuazione fisiologica in un contesto di politica monetaria restrittiva.
Riduce la portata dell'evento attraverso un linguaggio da analisi finanziaria, normalizzando la volatilità come parte del ciclo economico.
Non evidenzia il possibile impatto della stretta della Fed sugli investimenti sovrani del Golfo in criptovalute o ETF.
L'America Latina subisce le conseguenze delle scelte della Fed, che aggravano la volatilità dei propri mercati e delle valute locali.
Inquadra l'evento come una prova della dipendenza asimmetrica, usando il crollo del bitcoin per denunciare la mancanza di autonomia finanziaria della regione.
Non menziona che alcuni paesi latinoamericani hanno adottato politiche pro-criptovalute e che il calo è globale, non specificamente mirato alla regione.
L'Europa continentale inquadra il crollo del bitcoin come un sintomo di tendenze macroeconomiche più ampie, invitando a una riflessione regolatoria e strutturale.
Utilizza un linguaggio analitico e riferimenti a policy per spostare l'attenzione dall'evento immediato alle implicazioni sistemiche, smorzando l'allarmismo.
Non approfondisce le conseguenze specifiche per i piccoli investitori europei né il ruolo delle banche centrali europee nella gestione della crisi.
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