
Ankara rivendica un posto nella difesa europea, Bruxelles rinvia al quadro giuridico
Erdoğan chiede l'integrazione nel programma SAFE e la rimozione delle barriere commerciali, mentre Kallas sottolinea il ruolo strategico turco ma esclude un esercito comune.
A una settimana dal vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha chiesto l'inclusione piena della Turchia nelle iniziative di difesa e sicurezza dell'Unione Europea, a partire dal programma SAFE (Security Action for Europe) da 150 miliardi di euro. L'appello, rivolto ai delegati parlamentari dei trentadue Stati membri dell'Alleanza riuniti a Istanbul, punta a superare l'esclusione di fatto di Ankara da uno strumento pensato per rafforzare le capacità industriali e tecnologiche del continente. Secondo fonti diplomatiche europee, l'accesso al fondo richiede l'unanimità dei Ventisette, condizione che la Grecia ha già minacciato di bloccare, riportando al centro del negoziato la questione di Cipro.
La posizione di Bruxelles è stata articolata quasi in simultanea dalla responsabile della politica estera UE, Kaja Kallas, e da un portavoce della Commissione. Kallas, in un'intervista all'agenzia Anadolu prima della sua visita ad Ankara del 29 e 30 giugno, ha definito la Turchia «un partner di importanza strategica» per la stabilità regionale, la gestione dei flussi migratori e la sicurezza del fianco sud-orientale dell'Europa, riconoscendone il ruolo nel Caucaso e in Medio Oriente. Tuttavia, ha escluso la creazione di un esercito europeo autonomo, ricordando che gli Stati membri dispongono già di forze nazionali integrate nella struttura NATO. Il portavoce della Commissione ha precisato che il quadro giuridico di SAFE consente a Paesi terzi di partecipare a singoli progetti fino al 35 per cento, ma solo a valle di un accordo bilaterale, al momento inesistente con Ankara.
Sul piano della sicurezza regionale, le dichiarazioni incrociate delineano un doppio binario. Da un lato, Erdoğan ha insistito sulla necessità di rimuovere le restrizioni al commercio di materiali di difesa tra alleati, lamentando che i contributi turchi alla sicurezza europea vengono talvolta ignorati. Ankara, che schiera il secondo esercito della NATO per effettivi e un'industria della difesa in crescita del 29,5 per cento nelle esportazioni nei primi cinque mesi dell'anno, ha ricordato il proprio ruolo nel contenimento della minaccia russa dopo l'invasione dell'Ucraina, anche attraverso la fornitura di droni a Kiev. Dall'altro, Kallas ha ribadito il sostegno europeo alla soluzione a due Stati e ha denunciato come l'espansione degli insediamenti israeliani renda ogni giorno più difficile la creazione di uno Stato palestinese, un tema su cui Ankara mantiene una linea di forte condanna delle operazioni militari israeliane a Gaza e in Libano.
Per l'Italia, la partita ha riflessi diretti. Roma è tra i membri dell'Alleanza che intrattengono con la Turchia una cooperazione industriale significativa nel settore aerospaziale e della difesa, e la stabilità del Mediterraneo orientale passa anche attraverso un equilibrio tra le esigenze di sicurezza turche e il quadro giuridico europeo. Secondo analisti di Bruxelles, il vertice NATO di Ankara sarà un banco di prova per la coesione dell'Alleanza in una fase segnata dal rischio di disimpegno statunitense e dalla necessità di aumentare la produzione di equipaggiamenti militari. I leader discuteranno anche del sostegno all'Ucraina e delle lezioni tratte dal conflitto, in particolare sulla difesa anti-droni. L'esito atteso non è una decisione immediata sull'integrazione turca in SAFE, ma l'avvio di un negoziato che leghi la cooperazione industriale a garanzie politiche, con Cipro e i rapporti con la Russia sullo sfondo.
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La stampa iraniana inquadra il vertice NATO come l'ennesimo palcoscenico in cui la Turchia denuncia la rete di genocidio israeliana e ricorda che l'occupazione della Palestina è la radice di ogni tensione regionale. Ankara viene dipinta come partner strategico indispensabile, ma il vero messaggio è l'attesa di un sostegno concreto per fermare le aggressioni contro Libano e Gaza. L'integrazione nella difesa europea passa in secondo piano rispetto all'urgenza morale di porre fine all'ingiustizia storica contro i palestinesi.
I media russi mettono in primo piano l'auspicio di Erdogan per rapidi progressi nella soluzione pacifica del conflitto ucraino, sottolineando la necessità di mantenere la capacità di deterrenza della NATO e la solidarietà tra alleati. Il vertice di Ankara viene presentato come un'occasione per rilanciare il dialogo, con la Turchia che si propone come mediatore pragmatico. La questione dell'integrazione nella difesa europea viene appena accennata, oscurata dall'urgenza di una tregua in Ucraina.
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