
Accordo USA-Iran: il greggio scende, lo Stretto di Hormuz riapre dopo oltre cento giorni di guerra
La firma del memorandum d'intesa tra Washington e Teheran allenta la morsa sui mercati energetici, ma le incognite su tempi di attuazione e politica monetaria frenano l'ottimismo.
La notizia che i mercati attendevano da mesi è arrivata all'alba di giovedì 18 giugno: Stati Uniti e Iran hanno siglato un accordo interinale che pone fine a oltre cento giorni di conflitto, riapre lo Stretto di Hormuz e revoca le sanzioni americane sulle esportazioni di greggio iraniano. L'intesa, formalizzata in un memorandum di quattordici punti firmato a Versailles a margine del vertice del G7, ha immediatamente raffreddato le quotazioni del petrolio. Il Brent è scivolato sotto i 79 dollari al barile, toccando 78,66 dollari in avvio di seduta (-1,12%), mentre il West Texas Intermediate è arretrato a 75,81 dollari (-1,28%). In Asia, dove le prime contrattazioni avevano già scontato un ritorno rapido dei barili iraniani, il calo si è amplificato fino a superare il 3% per il WTI, segno che il premio di rischio geopolitico si sta rapidamente dissolvendo.
Il testo prevede una fase negoziale di sessanta giorni, durante la quale Teheran garantirà il passaggio gratuito delle navi attraverso Hormuz – il collo di bottiglia da cui transita un quinto del petrolio mondiale – con l'obiettivo di ripristinare la piena capacità di traffico entro trenta giorni. La riapertura del corridoio marittimo, chiuso di fatto dall'inizio delle ostilità nel febbraio scorso, rappresenta la chiave di volta per normalizzare le catene di approvvigionamento globali. Secondo gli analisti mediorientali, l'intesa riflette la volontà di entrambe le capitali di disinnescare una crisi che ha alimentato un'impennata dell'inflazione, colpendo in modo asimmetrico le economie importatrici nette come l'Italia e l'Europa meridionale, dove il caro-energia ha eroso il potere d'acquisto delle famiglie e compresso i margini industriali.
L'annuncio ha ribaltato il sentiment che aveva dominato la vigilia, quando il presidente Donald Trump aveva minacciato di riprendere i bombardamenti se i leader iraniani non avessero «tenuto un comportamento corretto». La firma congiunta con l'omologo iraniano – riportata dalle agenzie internazionali con il commento lapidario di Trump: «Appena firmato» – segna una svolta diplomatica che molti osservatori a Washington e a Bruxelles giudicano ancora fragile. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei, ha confermato l'avvio del negoziato, ma ha evitato toni trionfalistici, lasciando intendere che la partita sul nucleare e sulla ricostruzione post-bellica resta aperta.
Sui listini, la discesa dei prezzi è stata tuttavia frenata da un'altra variabile: la prospettiva di un rialzo dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve entro fine anno. Il nuovo presidente della banca centrale americana, nella sua prima riunione di politica monetaria, ha riconosciuto che «prezzi persistentemente elevati sono un fardello per i cittadini americani», segnalando che la lotta all'inflazione non è ancora vinta. Questo ha temperato l'ottimismo sui mercati azionari e ha limitato il ribasso del greggio, poiché un dollaro più forte e una domanda potenzialmente raffreddata dalla stretta monetaria potrebbero compensare l'aumento dell'offerta. Gli analisti asiatici avvertono che, anche con Hormuz riaperto, la produzione iraniana tornerà a regime solo gradualmente, e che le scorte globali rimangono esigue dopo mesi di interruzioni.
Guardando avanti, il percorso verso una pace stabile nel Golfo resta irto di incognite. L'Italia e l'Europa, che dipendono in larga misura dal greggio mediorientale, possono beneficiare di un alleggerimento della bolletta energetica, ma dovranno fare i conti con un equilibrio ancora precario. Se i negoziati dei prossimi sessanta giorni dovessero incagliarsi, il premio di rischio potrebbe riaccendersi rapidamente. Per ora, i mercati scelgono di credere alla tregua, ma lo fanno con la cautela di chi sa che in quella regione la pace si misura in barili e in ore di navigazione.
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I mercati petroliferi hanno oscillato nell'incertezza dopo l'accordo provvisorio USA-Iran. L'avvertimento del presidente Trump che l'intesa 'non è definitiva' e che i bombardamenti potrebbero riprendere ha tenuto gli operatori con il fiato sospeso. Il rimbalzo dei prezzi è svanito, lasciando il mercato concentrato sulla fragilità della pace.
L'accordo USA-Iran ha sollevato speranze di una pace duratura nel Golfo. Con la riapertura di Hormuz, le sanzioni revocate e le ambizioni nucleari iraniane ridimensionate, il premio di guerra è defluito dai prezzi del petrolio. L'intesa è presentata come un percorso verso la stabilità regionale e la ricostruzione, sebbene permangano timori sui tassi d'interesse.
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