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Società e Culturadomenica 5 luglio 2026

Tra fulmini e fuochi d’artificio: la notte dei 250 anni d’America

Caldo record, un’evacuazione improvvisa, poi il discorso di Trump: la celebrazione del duecentocinquantesimo anniversario è stata lo specchio incandescente di un paese diviso.

Il primo lampo squarciò il cielo alle sette di sera, quando il National Mall brulicava già di decine di migliaia di persone assiepate per assistere al discorso del presidente. Il termometro aveva toccato i 39 gradi — il 4 luglio più rovente mai registrato a Washington — e l’umidità spingeva la percezione oltre i 43. All’improvviso l’altoparlante diffuse l’ordine secco: «Evacuare immediatamente». Scoppiò il caos. Molti corsero verso le uscite, ma centinaia si rifiutarono di lasciare il prato, gridando «Trump! Trump!» e cercando di tornare indietro, mentre gli agenti in tenuta antisommossa formavano cordoni e puntavano le torce. Alcuni spettatori, anziani con cappelli a stelle e strisce e padri con bambini in braccio, rimasero immobili tra le transenne, finché l’avvicinarsi dei fulmini non rese impossibile ogni resistenza. Si rifugiarono nei musei e negli edifici federali — il Museo di Storia Americana, il Dipartimento del Commercio — in attesa che la tempesta passasse.

Donald Trump non aveva mai smesso di twittare, o meglio di scrivere su Truth Social. «Le tempeste portano fortuna», aveva postato, «non me ne importa se dovrò parlare alle due del mattino». E infatti, verso le undici di sera, quando l’allerta fu revocata e i varchi di sicurezza riaperti, una folla ridotta ma euforica si ricompattò sotto il Washington Monument. Lì, con due ore di ritardo, il presidente salì sul palco e tenne un discorso di quaranta minuti — insolitamente breve per i suoi standard — in cui mescolò il registro patriottico (i veterani decorati, le bandiere storiche, l’omaggio ai fondatori) con l’arsenale retorico della campagna elettorale. Definì gli Stati Uniti «il capolavoro della storia dell’umanità», tornò a denunciare la «minaccia comunista» rappresentata a suo dire dall’ala sinistra del Partito Democratico, invocò l’approvazione del controverso SAVE America Act per limitare il voto per corrispondenza, e giurò che «non permetteremo mai a nessuno di portarci via la libertà».

La data, in realtà, avrebbe dovuto suggerire unità: due secoli e mezzo dalla Dichiarazione d’Indipendenza, un traguardo che nelle intenzioni del Congresso — che dieci anni prima aveva creato un comitato bipartisan, America 250 — doveva essere celebrato con eventi condivisi in tutti gli Stati. Ma l’amministrazione Trump aveva progressivamente marginalizzato quel comitato, affidando l’organizzazione delle manifestazioni principali a Freedom 250, un gruppo allineato alla Casa Bianca che aveva recintato gran parte del Mall per una “Grande Fiera Americana” con ruota panoramica, stand di contractor della difesa e musica scelta personalmente dal presidente. La piega partigiana aveva spinto molti artisti a disertare — dai Commodores a Martina McBride — e indotto diversi Stati a guida democratica a non inviare delegazioni. Le voci critiche, sia in America sia in Europa, hanno parlato di uno «spettacolo divisivo»; Papa Leone XIV, primo pontefice statunitense, colse l’occasione per ricordare che «difendere la vita umana include anche accogliere, proteggere e assistere i migranti».

Non tutti, però, leggevano la giornata in chiave polemica. Migliaia di sostenitori del presidente avevano sfidato il caldo fin dal mattino, assiepandosi ai check-point con cappellini MAGA e bandiere; molti parlavano di gratitudine per le libertà americane, alcuni paragonavano il lieve disagio fisico ai sacrifici dei soldati. A Philadelphia, dove tutto ebbe inizio nel 1776, file ordinate si erano formate davanti alla Liberty Bell, mentre una capsula del tempo — contenente oggetti di tutti e cinquanta gli Stati — veniva sigillata nel terreno con l’indicazione di riaprirla fra altri due secoli. A New York, un corteo di velieri d’epoca aveva solcato lo Hudson davanti alla Statua della Libertà, con la fregata argentina Libertad a salutare dalle acque. E nel frattempo, a poca distanza dal Campidoglio, un corteo silenzioso di membri del gruppo suprematista Patriot Front, mascherati e con bandiere confederate, marciava scandendo «Reclaim America», senza che la polizia registrasse incidenti.

Poco prima dell’una di notte, quando l’ultimo razzo del gigantesco spettacolo pirotecnico — 850.000 esplosioni in quaranta minuti — si spense sulla piana del Lincoln Memorial, una pioggia leggera cominciò a cadere sulla folla che si disperdeva. I lampi erano ormai lontani, e il bagliore bagnato del monumento sembrava restituire, per un istante, l’immagine di un paese sospeso tra la grandiosità annunciata e la fatica di tenere insieme, sotto un unico cielo, tutte le sue anime.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

22%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa latinoamericanaStampa europea continentale
Stampa latinoamericana
AllarmeScetticismo

La celebrazione del 250° anniversario americano è stata oscurata da un'ondata di calore estremo che ha causato la cancellazione di eventi chiave, incluso il tradizionale sfilata a Washington. Trump ha trasformato la ricorrenza in un comizio politico, evidenziando le profonde divisioni del paese. L'anniversario diventa così simbolo delle sfide climatiche e della polarizzazione partigiana.

Stampa europea continentale/ Nordica
ScetticismoIronia

Il giornale svedese dipinge i piani grandiosi di Trump come un errore di calcolo, con i festeggiamenti ridimensionati a causa del caldo e del disincanto politico. Molti americani non sono entusiasti, sentendo che la celebrazione è stata politicizzata.

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domenica 5 luglio 2026

Tra fulmini e fuochi d’artificio: la notte dei 250 anni d’America

Caldo record, un’evacuazione improvvisa, poi il discorso di Trump: la celebrazione del duecentocinquantesimo anniversario è stata lo specchio incandescente di un paese diviso.

Il primo lampo squarciò il cielo alle sette di sera, quando il National Mall brulicava già di decine di migliaia di persone assiepate per assistere al discorso del presidente. Il termometro aveva toccato i 39 gradi — il 4 luglio più rovente mai registrato a Washington — e l’umidità spingeva la percezione oltre i 43. All’improvviso l’altoparlante diffuse l’ordine secco: «Evacuare immediatamente». Scoppiò il caos. Molti corsero verso le uscite, ma centinaia si rifiutarono di lasciare il prato, gridando «Trump! Trump!» e cercando di tornare indietro, mentre gli agenti in tenuta antisommossa formavano cordoni e puntavano le torce. Alcuni spettatori, anziani con cappelli a stelle e strisce e padri con bambini in braccio, rimasero immobili tra le transenne, finché l’avvicinarsi dei fulmini non rese impossibile ogni resistenza. Si rifugiarono nei musei e negli edifici federali — il Museo di Storia Americana, il Dipartimento del Commercio — in attesa che la tempesta passasse.

Donald Trump non aveva mai smesso di twittare, o meglio di scrivere su Truth Social. «Le tempeste portano fortuna», aveva postato, «non me ne importa se dovrò parlare alle due del mattino». E infatti, verso le undici di sera, quando l’allerta fu revocata e i varchi di sicurezza riaperti, una folla ridotta ma euforica si ricompattò sotto il Washington Monument. Lì, con due ore di ritardo, il presidente salì sul palco e tenne un discorso di quaranta minuti — insolitamente breve per i suoi standard — in cui mescolò il registro patriottico (i veterani decorati, le bandiere storiche, l’omaggio ai fondatori) con l’arsenale retorico della campagna elettorale. Definì gli Stati Uniti «il capolavoro della storia dell’umanità», tornò a denunciare la «minaccia comunista» rappresentata a suo dire dall’ala sinistra del Partito Democratico, invocò l’approvazione del controverso SAVE America Act per limitare il voto per corrispondenza, e giurò che «non permetteremo mai a nessuno di portarci via la libertà».

La data, in realtà, avrebbe dovuto suggerire unità: due secoli e mezzo dalla Dichiarazione d’Indipendenza, un traguardo che nelle intenzioni del Congresso — che dieci anni prima aveva creato un comitato bipartisan, America 250 — doveva essere celebrato con eventi condivisi in tutti gli Stati. Ma l’amministrazione Trump aveva progressivamente marginalizzato quel comitato, affidando l’organizzazione delle manifestazioni principali a Freedom 250, un gruppo allineato alla Casa Bianca che aveva recintato gran parte del Mall per una “Grande Fiera Americana” con ruota panoramica, stand di contractor della difesa e musica scelta personalmente dal presidente. La piega partigiana aveva spinto molti artisti a disertare — dai Commodores a Martina McBride — e indotto diversi Stati a guida democratica a non inviare delegazioni. Le voci critiche, sia in America sia in Europa, hanno parlato di uno «spettacolo divisivo»; Papa Leone XIV, primo pontefice statunitense, colse l’occasione per ricordare che «difendere la vita umana include anche accogliere, proteggere e assistere i migranti».

Non tutti, però, leggevano la giornata in chiave polemica. Migliaia di sostenitori del presidente avevano sfidato il caldo fin dal mattino, assiepandosi ai check-point con cappellini MAGA e bandiere; molti parlavano di gratitudine per le libertà americane, alcuni paragonavano il lieve disagio fisico ai sacrifici dei soldati. A Philadelphia, dove tutto ebbe inizio nel 1776, file ordinate si erano formate davanti alla Liberty Bell, mentre una capsula del tempo — contenente oggetti di tutti e cinquanta gli Stati — veniva sigillata nel terreno con l’indicazione di riaprirla fra altri due secoli. A New York, un corteo di velieri d’epoca aveva solcato lo Hudson davanti alla Statua della Libertà, con la fregata argentina Libertad a salutare dalle acque. E nel frattempo, a poca distanza dal Campidoglio, un corteo silenzioso di membri del gruppo suprematista Patriot Front, mascherati e con bandiere confederate, marciava scandendo «Reclaim America», senza che la polizia registrasse incidenti.

Poco prima dell’una di notte, quando l’ultimo razzo del gigantesco spettacolo pirotecnico — 850.000 esplosioni in quaranta minuti — si spense sulla piana del Lincoln Memorial, una pioggia leggera cominciò a cadere sulla folla che si disperdeva. I lampi erano ormai lontani, e il bagliore bagnato del monumento sembrava restituire, per un istante, l’immagine di un paese sospeso tra la grandiosità annunciata e la fatica di tenere insieme, sotto un unico cielo, tutte le sue anime.

Divergenza delle fonti

Società e Cultura · 2 testate · 1 lingua

22%Bassa

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Neutrale8%
Critico92%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa latinoamericanaStampa europea continentale
Stampa latinoamericana
AllarmeScetticismo

La celebrazione del 250° anniversario americano è stata oscurata da un'ondata di calore estremo che ha causato la cancellazione di eventi chiave, incluso il tradizionale sfilata a Washington. Trump ha trasformato la ricorrenza in un comizio politico, evidenziando le profonde divisioni del paese. L'anniversario diventa così simbolo delle sfide climatiche e della polarizzazione partigiana.

Stampa europea continentale/ Nordica
ScetticismoIronia

Il giornale svedese dipinge i piani grandiosi di Trump come un errore di calcolo, con i festeggiamenti ridimensionati a causa del caldo e del disincanto politico. Molti americani non sono entusiasti, sentendo che la celebrazione è stata politicizzata.

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