
Ungheria, via libera del Parlamento alla destituzione del presidente Sulyok
Con una modifica costituzionale, la maggioranza di Péter Magyar pone fine al mandato del capo dello Stato, accusato di essere un retaggio del sistema Orbán, mentre si profila uno scontro istituzionale.
Lunedì il Parlamento ungherese ha approvato con 139 voti favorevoli e 6 contrari un pacchetto di modifiche costituzionali che include la cessazione immediata del mandato del presidente della Repubblica Tamás Sulyok. La riforma, promossa dal primo ministro Péter Magyar e dalla sua maggioranza dei due terzi (partito Tisza), rappresenta il primo atto formale di rimozione di un capo dello Stato eletto, in un paese dove la carica ha poteri prevalentemente cerimoniali ma un forte valore simbolico.
Per il governo di Budapest, l'intervento è parte di un mandato elettorale ricevuto ad aprile per smantellare il 'sistema Orbán'. Magyar ha ripetutamente definito Sulyok un 'fantoccio' dell'ex premier, accusandolo di aver sempre anteposto gli interessi del Fidesz alla legalità costituzionale. L'opposizione di Fidesz, che ha boicottato il voto, denuncia una 'tirannia' e un atto 'autocratico', mentre organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty International hanno espresso preoccupazione per il mancato rispetto delle garanzie procedurali. Di segno opposto il parere di giuristi come András Baka, ex presidente della Corte suprema, secondo cui l'Ungheria era diventata uno 'Stato catturato' e misure straordinarie sono giustificate per ripristinare l'ordine costituzionale.
L'emendamento non si limita alla cosiddetta 'Lex Sulyok': introduce un limite di dodici anni ai mandati parlamentari, che escluderebbe dalla rielezione nel 2030 numerosi esponenti di Fidesz, e ripristina il limite di età di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale, costringendo alle dimissioni quattro membri tra cui il presidente Péter Polt, considerato un fedelissimo di Orbán. Viene inoltre istituito un Ufficio nazionale per il recupero e la protezione dei beni, con ampi poteri di contrasto alla corruzione, fenomeno che le organizzazioni internazionali avevano giudicato endemico durante la precedente amministrazione.
Sulyok, che ha definito la riforma una violazione dei principi dello Stato di diritto e della separazione dei poteri, ha richiesto un parere alla Commissione di Venezia del Consiglio d'Europa, il cui giudizio non è ancora stato reso noto. Dispone ora di cinque giorni per firmare l'emendamento che sancisce la propria uscita di scena; in caso di rifiuto, il premier ha annunciato l'avvio immediato di una procedura di impeachment, che sospenderebbe il presidente dalle funzioni e affiderebbe la promulgazione alla presidente del Parlamento, esponente di Tisza. Secondo i sondaggi, il 67% degli ungheresi è favorevole alla rimozione. La riforma è presentata come transitoria: Magyar ha promesso per l'autunno l'avvio di un processo partecipativo per una nuova Costituzione, che sostituisca la Legge fondamentale voluta da Orbán e ritenuta da Bruxelles uno dei pilastri della deriva illiberale ungherese.
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Il sistema di Orbán viene smontato pezzo dopo pezzo, e il presidente Sulyok è il prossimo a cadere.
La narrazione dello smantellamento sistematico rende l'azione inevitabile e giustificata, presentando ogni passo come parte di un piano coerente.
La modifica costituzionale in Ungheria è un passo per rilanciare la democrazia e riformare le strutture del passato.
Utilizzando il linguaggio della 'rinascita democratica', il resoconto allinea l'evento con i valori democratici universali, evitando il contesto politico conflittuale.
Il resoconto omette le accuse di autocrazia da parte dell'opposizione e le proteste di Fidesz, presentando la rimozione come una pura riforma democratica.
Magyar sta mantenendo la promessa di cambiamento di regime rimuovendo il presidente fantoccio di Orbán, mentre Fidesz grida all'autocrazia.
Presentando entrambe le parti ma usando termini come 'corrotto' e 'burattino', il resoconto favorisce implicitamente la nuova maggioranza.
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