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Trump invita il premier iracheno Al-Zaidi: a Washington si discute il futuro della partnership

La visita di metà luglio, primo viaggio estero del nuovo leader, mira a rafforzare la cooperazione economica e sciogliere il nodo delle milizie filo-iraniane.

L’annuncio congiunto da Baghdad e Washington segna un’accelerazione nel riposizionamento strategico dell’Iraq. Il presidente Donald Trump riceverà alla Casa Bianca, a metà luglio, il primo ministro Ali al-Zaidi, insediatosi appena due mesi fa. L’incontro, preparato dall’inviato speciale Tom Barrack durante una visita nella capitale irachena, rappresenta il primo viaggio all’estero del nuovo capo del governo e intende «discutere il futuro di questa importante relazione». Dietro la formula diplomatica, si cela un'agenda densa: dalla stabilizzazione interna alla ridefinizione dei legami economici, in un momento in cui Baghdad cerca di emanciparsi dalla dipendenza energetica e militare da Teheran.

Secondo fonti irachene, il cuore del colloquio sarà la cooperazione economica e gli investimenti, con un’attenzione particolare al settore petrolifero. Al-Zaidi, che ha assunto l’incarico a metà maggio, ha fatto della diversificazione produttiva e dell’apertura ai capitali globali un pilastro del suo programma. L’obiettivo è attrarre imprese americane e internazionali per ammodernare infrastrutture e impianti estrattivi, in un paese che resta il secondo produttore OPEC ma soffre di una cronica fragilità tecnologica. Da Bruxelles, gli analisti osservano che un Iraq più stabile e integrato nei mercati occidentali potrebbe attenuare le pressioni migratorie e offrire all’Europa, e in particolare all’Italia, nuove opportunità di cooperazione energetica, in un momento in cui la diversificazione delle fonti resta una priorità continentale.

Sul tavolo, tuttavia, c’è anche il dossier più spinoso: il disarmo e lo scioglimento dei gruppi armati che operano al di fuori dell’autorità statale. L’inviato Barrack ha discusso esplicitamente con al-Zaidi la necessità di smantellare le milizie filo-iraniane, una richiesta che Washington pone come condizione per un sostegno prolungato. Dal punto di vista di Baghdad, la sfida è duplice: da un lato, rassicurare gli Stati Uniti senza provocare una reazione destabilizzante da parte di Teheran, che mantiene una profonda influenza su ampi settori dell’apparato di sicurezza iracheno; dall’altro, dimostrare che il governo è in grado di esercitare un monopolio effettivo della forza, premessa indispensabile per attrarre investimenti esteri e consolidare la propria sovranità.

La prospettiva regionale aggiunge ulteriori strati di complessità. L’Iraq si trova a un bivio: può diventare un ponte tra Washington e il Golfo, oppure restare terreno di scontro tra le ambizioni americane e l’influenza iraniana. L’Italia e l’Europa guardano con attenzione a questo riavvicinamento, consapevoli che un Iraq più stabile e meno permeabile alle milizie filo-iraniane ridurrebbe i rischi di instabilità nel Mediterraneo allargato e aprirebbe spazi per una collaborazione trilaterale in ambito energetico e infrastrutturale. Roma, in particolare, ha mantenuto una presenza militare e diplomatica costante nel paese, e potrebbe svolgere un ruolo di ponte tra le esigenze di sicurezza americane e le aspirazioni di autonomia irachena.

La visita di luglio sarà quindi un banco di prova per la nuova leadership di Baghdad. Al-Zaidi dovrà dimostrare di saper tradurre il mandato di rinnovamento in impegni credibili, mentre Trump cercherà garanzie sulla riduzione dell’influenza iraniana e sull’apertura del mercato iracheno alle imprese statunitensi. Se l’incontro produrrà un’intesa concreta, potrebbe inaugurare una fase di maggiore equilibrio per l’Iraq, con ricadute positive per l’intera regione. In caso contrario, il rischio è che Baghdad resti ostaggio di una polarizzazione che ne mina le istituzioni e ne frena lo sviluppo, lasciando l’Europa e l’Italia a gestire le conseguenze di una crisi irrisolta.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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La visita del primo ministro iracheno a Washington è inquadrata come un'opportunità per approfondire i legami economici e commerciali. L'accento è posto sulla partnership strategica e sugli investimenti, con un tono pragmatico e orientato al business. Le questioni di sicurezza e i gruppi armati restano sullo sfondo.

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allarmescetticismo

L'invito alla Casa Bianca segna il primo viaggio all'estero del nuovo premier iracheno, e mette al centro il controllo delle armi dei gruppi filo-iraniani. Sotto pressione americana, al-Zaidi ha promesso di limitare queste milizie, e la visita affronterà diversi dossier, tra cui la sicurezza e il partenariato economico. La cornice è quella di una mossa strategica per contenere l'influenza di Teheran in Iraq.

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martedì 16 giugno 2026

Trump invita il premier iracheno Al-Zaidi: a Washington si discute il futuro della partnership

La visita di metà luglio, primo viaggio estero del nuovo leader, mira a rafforzare la cooperazione economica e sciogliere il nodo delle milizie filo-iraniane.

L’annuncio congiunto da Baghdad e Washington segna un’accelerazione nel riposizionamento strategico dell’Iraq. Il presidente Donald Trump riceverà alla Casa Bianca, a metà luglio, il primo ministro Ali al-Zaidi, insediatosi appena due mesi fa. L’incontro, preparato dall’inviato speciale Tom Barrack durante una visita nella capitale irachena, rappresenta il primo viaggio all’estero del nuovo capo del governo e intende «discutere il futuro di questa importante relazione». Dietro la formula diplomatica, si cela un'agenda densa: dalla stabilizzazione interna alla ridefinizione dei legami economici, in un momento in cui Baghdad cerca di emanciparsi dalla dipendenza energetica e militare da Teheran.

Secondo fonti irachene, il cuore del colloquio sarà la cooperazione economica e gli investimenti, con un’attenzione particolare al settore petrolifero. Al-Zaidi, che ha assunto l’incarico a metà maggio, ha fatto della diversificazione produttiva e dell’apertura ai capitali globali un pilastro del suo programma. L’obiettivo è attrarre imprese americane e internazionali per ammodernare infrastrutture e impianti estrattivi, in un paese che resta il secondo produttore OPEC ma soffre di una cronica fragilità tecnologica. Da Bruxelles, gli analisti osservano che un Iraq più stabile e integrato nei mercati occidentali potrebbe attenuare le pressioni migratorie e offrire all’Europa, e in particolare all’Italia, nuove opportunità di cooperazione energetica, in un momento in cui la diversificazione delle fonti resta una priorità continentale.

Sul tavolo, tuttavia, c’è anche il dossier più spinoso: il disarmo e lo scioglimento dei gruppi armati che operano al di fuori dell’autorità statale. L’inviato Barrack ha discusso esplicitamente con al-Zaidi la necessità di smantellare le milizie filo-iraniane, una richiesta che Washington pone come condizione per un sostegno prolungato. Dal punto di vista di Baghdad, la sfida è duplice: da un lato, rassicurare gli Stati Uniti senza provocare una reazione destabilizzante da parte di Teheran, che mantiene una profonda influenza su ampi settori dell’apparato di sicurezza iracheno; dall’altro, dimostrare che il governo è in grado di esercitare un monopolio effettivo della forza, premessa indispensabile per attrarre investimenti esteri e consolidare la propria sovranità.

La prospettiva regionale aggiunge ulteriori strati di complessità. L’Iraq si trova a un bivio: può diventare un ponte tra Washington e il Golfo, oppure restare terreno di scontro tra le ambizioni americane e l’influenza iraniana. L’Italia e l’Europa guardano con attenzione a questo riavvicinamento, consapevoli che un Iraq più stabile e meno permeabile alle milizie filo-iraniane ridurrebbe i rischi di instabilità nel Mediterraneo allargato e aprirebbe spazi per una collaborazione trilaterale in ambito energetico e infrastrutturale. Roma, in particolare, ha mantenuto una presenza militare e diplomatica costante nel paese, e potrebbe svolgere un ruolo di ponte tra le esigenze di sicurezza americane e le aspirazioni di autonomia irachena.

La visita di luglio sarà quindi un banco di prova per la nuova leadership di Baghdad. Al-Zaidi dovrà dimostrare di saper tradurre il mandato di rinnovamento in impegni credibili, mentre Trump cercherà garanzie sulla riduzione dell’influenza iraniana e sull’apertura del mercato iracheno alle imprese statunitensi. Se l’incontro produrrà un’intesa concreta, potrebbe inaugurare una fase di maggiore equilibrio per l’Iraq, con ricadute positive per l’intera regione. In caso contrario, il rischio è che Baghdad resti ostaggio di una polarizzazione che ne mina le istituzioni e ne frena lo sviluppo, lasciando l’Europa e l’Italia a gestire le conseguenze di una crisi irrisolta.

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La visita del primo ministro iracheno a Washington è inquadrata come un'opportunità per approfondire i legami economici e commerciali. L'accento è posto sulla partnership strategica e sugli investimenti, con un tono pragmatico e orientato al business. Le questioni di sicurezza e i gruppi armati restano sullo sfondo.

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L'invito alla Casa Bianca segna il primo viaggio all'estero del nuovo premier iracheno, e mette al centro il controllo delle armi dei gruppi filo-iraniani. Sotto pressione americana, al-Zaidi ha promesso di limitare queste milizie, e la visita affronterà diversi dossier, tra cui la sicurezza e il partenariato economico. La cornice è quella di una mossa strategica per contenere l'influenza di Teheran in Iraq.

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