
Trump e l’intesa con Teheran: «Mai armi nucleari», ma lo scetticismo resta
Il memorandum firmato in Svizzera promette la riapertura dello Stretto di Hormuz e un cessate il fuoco, mentre il presidente americano rilancia le sue promesse economiche e apre a Netanyahu con riserva.
L’annuncio è arrivato nella notte tra mercoledì e giovedì, con un messaggio su Truth Social che mescola sicurezza globale e orgoglio economico: «Il petrolio scorre, l’Iran non avrà mai un’arma nucleare, il mondo sarà al sicuro». Donald Trump ha così celebrato la firma del memorandum d’intesa con Teheran, avvenuta a Versailles e attesa ora a Ginevra per la formalizzazione definitiva. Il documento, secondo le bozze circolate a Washington e confermate da fonti diplomatiche europee, prevede la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, la riapertura dello Stretto di Hormuz – arteria vitale per il commercio globale di greggio – e un periodo di sessanta giorni per negoziare un accordo di pace definitivo. Durante questa fase intermedia, il programma nucleare iraniano potrà proseguire sotto l’impegno, tutto da verificare, di non perseguire scopi militari. Per l’Italia e l’Europa, che dipendono in misura significativa dai flussi energetici che attraversano Hormuz, l’intesa rappresenta un potenziale punto di svolta, capace di allentare le pressioni sui prezzi dei carburanti, ma anche un delicato esercizio di fiducia in un processo negoziale ancora fragile.
L’ottimismo trumpiano si scontra però con le incognite regionali. Il memorandum non vincola infatti attori chiave come Israele e Hezbollah, la cui condotta resta affidata all’influenza che Washington e Teheran sapranno esercitare sui rispettivi alleati. Non è un caso che, nelle stesse ore, Trump abbia parlato del premier israeliano Benjamin Netanyahu, dichiarando a un canale televisivo di Tel Aviv che «probabilmente» lo sosterrà alle prossime elezioni, ma aggiungendo che «deve essere più razionale» e che è pronto a incontrarlo. Netanyahu, già logorato da accuse di corruzione, dalla contestazione interna per i fallimenti di sicurezza del 7 ottobre 2023 e da una coalizione di destra in calo nei sondaggi, vede ora nell’accordo con l’Iran un ulteriore elemento di precarietà politica. Da Gerusalemme si osserva con malcelato disagio la prospettiva di un riavvicinamento tra Washington e Teheran, mentre a Bruxelles si teme che la reazione israeliana possa tradursi in nuove tensioni capaci di ripercuotersi sulla sicurezza mediterranea.
Sullo sfondo, la guerra in Ucraina continua a produrre escalation simmetriche. Per la seconda volta in una settimana, droni ucraini hanno colpito la raffineria di Mosca, nel quartiere di Kapotnya, costringendo le autorità russe a dirottare voli dall’aeroporto Sheremetyevo e a considerare importazioni marittime di carburante per far fronte ai danni alle infrastrutture energetiche. Mosca ha risposto con missili balistici su Kyiv e attacchi su Sumy e sulla regione di Zaporizhzhia, mentre il Cremlino smentisce che Putin abbia discusso con Trump un possibile incontro con Zelensky. Il presidente ucraino, dal canto suo, ha moltiplicato i contatti con i leader del G7 in Francia, descrivendo i colloqui come un «coordinamento» per porre fine al conflitto. Trump ha dichiarato che entrambi i leader sono pronti ad agire per la pace, ma la distanza tra le narrative di Mosca e Kyiv resta abissale, e l’Europa – con l’Italia in prima fila nel sostegno a Kiev – osserva con apprensione il moltiplicarsi dei fronti caldi.
Sul piano interno americano, il racconto trionfale di Trump cozza con i dati macroeconomici. Il Bureau of Labor Statistics segnala un tasso di disoccupazione stabile attorno al 4%, mentre il Bureau of Economic Analysis stima una crescita annualizzata modesta, vicina all’1,6% nel primo trimestre del 2026. La stessa narrativa sulla minaccia nucleare iraniana è stata incrinata dalle dimissioni, lo scorso marzo, di Joe Kent dalla guida del Centro nazionale antiterrorismo: nella sua lettera di addio, Kent sosteneva che non vi fossero elementi per considerare l’Iran una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Queste crepe interne non impediscono a Trump di rivendicare un paese «più forte, sicuro e rispettato che mai», ma offrono agli analisti di Bruxelles e di altre capitali europee motivi per mantenere un cauto scetticismo sulla solidità dell’intesa con Teheran e sulla tenuta complessiva della strategia americana.
In questo intreccio di promesse e conflitti, il memorandum con l’Iran si presenta come un’architettura provvisoria, sospesa tra la necessità di stabilizzare i mercati energetici e l’ambizione di ridisegnare gli equilibri mediorientali. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di trasformare una tregua fragile in un quadro permanente, di coinvolgere gli attori finora esclusi e di resistere alle pressioni incrociate che da Gerusalemme, da Mosca e dalla stessa Washington continueranno a esercitarsi. Per l’Italia, che importa una quota rilevante del proprio fabbisogno energetico proprio dalle rotte che Hormuz presidia, la posta in gioco è immediata e concreta, e consiglia uno sguardo prudente oltre la retorica dei messaggi presidenziali.
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La dichiarazione di Trump che l'Iran non avrà mai un'arma nucleare viene liquidata come retorica ripetitiva. I media iraniani sottolineano il suo contemporaneo sostegno a Netanyahu e osservano con sarcasmo che le sue vanterie su petrolio e sicurezza non sono rivolte all'Iran. Il messaggio di fondo è che il programma nucleare iraniano resta pacifico e le parole di Trump sono ipocrite.
Il presidente statunitense ha affermato che l'Iran non avrà mai un'arma nucleare, collegando la dichiarazione a un imminente memorandum d'intesa con Teheran. Il messaggio mescola ottimismo economico e assicurazioni di sicurezza, notando che il petrolio scorre e i mercati prosperano. La cronaca riporta l'annuncio senza giudizi editoriali.
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