
Tra sanzioni e battute: al G7 di Evian Trump detta la linea e si proclama «il capo»
Il presidente americano irrompe in ritardo alla sessione plenaria e strappa sorrisi, mentre i Sette rafforzano il sostegno a Kiev e promettono nuove misure contro Mosca.
È entrato per ultimo, quando i leader del G7 e gli invitati – tra cui il brasiliano Lula – erano già seduti attorno al tavolo ovale dell’Hotel Royal di Évian-les-Bains. Donald Trump, fresco di accordo per il cessate il fuoco con l’Iran e all’indomani del suo ottantesimo compleanno, si è fermato un istante a capotavola e, con un sorriso a metà tra l’ironico e il serio, ha scandito: «I am the boss». La battuta ha suscitato risate imbarazzate tra i presenti, mentre il padrone di casa Emmanuel Macron, che presiedeva il vertice, lo ha accolto con un «How are you?» e gli ha ceduto la sedia alla propria destra. Poco dopo, il tycoon si è lamentato del caldo eccessivo nella sala – un dettaglio che, letto da osservatori europei, rivela quanto lo stile trumpiano continui a mescolare informalità e rivendicazione di primazia, anche in un consesso che per statuto non prevede gerarchie.
Dietro la coreografia, la tre giorni sulle rive del lago Lemano ha prodotto risultati politici non trascurabili. Il comunicato congiunto dei Sette ha ribadito l’unità nel sostegno all’Ucraina, compresa la sua integrità territoriale, e ha annunciato un inasprimento delle sanzioni contro la Russia, con particolare attenzione ai settori del petrolio e del gas. I leader hanno inoltre accolto con favore l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, offrendosi di contribuire alla sua attuazione. Sul fronte della sicurezza energetica, il vertice ha rilanciato l’impegno a diversificare le rotte di approvvigionamento e a ridurre la dipendenza dalle materie prime critiche controllate dalla Cina – un passaggio che, secondo analisti asiatici, segnala la volontà del G7 di contenere l’influenza di Pechino sulle catene globali del valore.
Per l’Italia e l’Europa, il messaggio di Evian è duplice. Da un lato, la conferma del sostegno a Kiev e le nuove sanzioni energetiche rischiano di riaccendere le tensioni sui mercati del gas, proprio mentre Roma lavora a completare la propria diversificazione degli approvvigionamenti. Dall’altro, la centralità assunta da Trump – che ha di fatto oscurato il ruolo formale della presidenza francese – alimenta il dibattito, vivace a Bruxelles come nelle capitali mediterranee, sulla tenuta di un multilateralismo in cui Washington sembra voler dettare tempi e priorità. Non è un caso che la stampa francese abbia sottolineato l’arrivo «in ritardo» del presidente americano e la sua uscita da «patron», mentre i media tedeschi e dell’Est Europa hanno preferito concentrarsi sulla sostanza degli impegni scritti, quasi a esorcizzare la teatralità del momento.
Il vertice di Evian lascia dunque in eredità un paradosso: mai come quest’anno il G7 ha esibito compattezza sugli obiettivi strategici – contenere Mosca, stabilizzare il Golfo Persico, riorganizzare le filiere industriali – e mai come ora quella compattezza appare fragile, perché affidata alla volontà di un presidente che si percepisce, e si dichiara, «il capo». La partita per l’Europa, e per l’Italia in prima fila, sarà trasformare questa leadership assertiva in un’occasione per rafforzare regole condivise, prima che la prossima battuta sveli una crepa non più ricucibile.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'ingresso teatrale di Trump e la sua dichiarazione di essere il capo vengono letti come l'ennesima prova di un declino mentale allarmante. I commentatori esprimono sdegno, ipotizzando demenza senile e mettendo in dubbio la sua idoneità alla guida del paese. L'episodio non è trattato come umorismo ma come sintomo di una crisi profonda.
Arrivato per ultimo, Trump ha voluto sottolineare di essere il capo, mescolando serietà e un sorriso. Gli osservatori europei notano la teatralità, la pacca sulla spalla al premier britannico e la lamentela per il caldo nella sala, dipingendo un leader che trasforma il vertice in un palcoscenico personale. Il gesto è accolto con ironia e un'alzata di spalle paternalistica.
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