
La telefonata che ha incrinato l’asse Trump-Netanyahu: insulti e minacce di ‘divorzio’
Il libro ‘Regime Change’ svela lo scontro del settembre 2025: il presidente americano accusa il premier israeliano di sabotare la pace, mentre Washington cerca un accordo con l’Iran.
La pubblicazione del libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”, firmato dai giornalisti Maggie Haberman e Jonathan Swan, ha portato alla luce la telefonata del settembre 2025 in cui il presidente statunitense aggredì verbalmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. «Tutti gli ebrei sono stufi di te, perfino i due ebrei in questa chiamata», avrebbe detto Trump, riferendosi al genero Jared Kushner e all’inviato Steve Witkoff, secondo quanto riportato da fonti vicine all’amministrazione. La conversazione, avvenuta a margine dell’Assemblea generale dell’Onu mentre Washington spingeva per un cessate il fuoco a Gaza, segnò un punto di rottura dopo che un raid israeliano in Qatar – condotto senza preavviso mentre erano in corso negoziati – uccise un agente di sicurezza qatariota e fece naufragare la mediazione. Trump, che già in precedenza aveva definito Netanyahu «fottutamente pazzo», minacciò un «divorzio» tra i due Paesi, accusando il premier di minare deliberatamente i suoi sforzi diplomatici.
Secondo analisti mediorientali e fonti diplomatiche a Washington, lo scontro non è riconducibile soltanto a incompatibilità caratteriali. L’amministrazione Trump persegue un accordo con l’Iran che ponga fine alla guerra iniziata a febbraio e consenta il disimpegno statunitense dal teatro mediorientale. Al contrario, Netanyahu considera la pressione militare continua su Hezbollah e sul regime iraniano come condizione irrinunciabile per la sicurezza di Israele. L’intesa provvisoria raggiunta tra Washington e Teheran, che ingloba il conflitto libanese in un quadro negoziale più ampio, viene letta negli ambienti della difesa israeliana come un accantonamento degli interessi di Gerusalemme. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato ribadiscono pubblicamente l’impegno «ferreo» per la sicurezza israeliana, ma il divario strategico si allarga.
Sul piano interno, Netanyahu si trova schiacciato tra le richieste americane e una base politica che rifiuta concessioni, in particolare sul ritiro dal Libano. La guerra contro l’Iran, che avrebbe dovuto consacrarne l’eredità di leader, non ha prodotto né il collasso del regime degli ayatollah né la sconfitta di Hezbollah né il ritorno degli sfollati nel nord di Israele. L’ex consigliere Aviv Bushinsky ha parlato di «colpo decisivo» per il premier, che si avvia alle elezioni autunnali con il processo per corruzione ancora in corso e con l’immagine di «sussurratore dell’America» ormai compromessa. Parallelamente, negli Stati Uniti, il successo alle primarie di New York di candidati filo-palestinesi sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani – che ha scalzato due deputati in carica – segnala, secondo osservatori politici statunitensi, uno spostamento del Partito Democratico su posizioni più critiche verso Israele, fornendo argomenti ai repubblicani che già etichettano gli avversari come «socialisti e anti-israeliani».
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la frattura nell’asse tra Washington e Gerusalemme apre scenari complessi. Un accordo americano con l’Iran ridisegnerebbe gli equilibri energetici e di sicurezza del Mediterraneo allargato, con ricadute dirette sulla missione Unifil in Libano, cui Roma contribuisce in modo significativo. Analisti di Bruxelles osservano che l’indebolimento della tradizionale triangolazione tra Stati Uniti, Israele e Unione Europea potrebbe accelerare la ricerca di una politica estera e di difesa comune, mentre il governo italiano, storicamente attento al dialogo con entrambe le sponde, si trova a dover calibrare la propria posizione in un quadro in rapida evoluzione. L’editorialistica israeliana, dal canto suo, invoca un rafforzamento dell’autonomia strategica: l’alleanza con Washington resta vitale, ma Gerusalemme non può esternalizzare la propria sicurezza.
Al momento, il dossier resta aperto. I negoziati sul nucleare iraniano procedono, con Trump che ha chiesto al Congresso 672 milioni di dollari per impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, mentre il cessate il fuoco a Gaza rimane in stallo. Netanyahu, indebolito in patria e isolato presso l’alleato storico, dovrà affrontare un autunno elettorale che potrebbe sancire la fine della sua lunga stagione politica. La pubblicazione del libro, con le sue rivelazioni imbarazzanti, rischia di accelerare dinamiche già in atto, senza tuttavia modificare nell’immediato le scelte di fondo dei due governi.
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L'incessante bellicismo di Netanyahu e il pesante tributo di vittime civili hanno trasformato Israele in uno stato paria, mentre Trump lo definisce 'pazzo' e prende le distanze. Il costo di 80 miliardi della guerra in Iran e il processo per corruzione minano ulteriormente la sua posizione, lasciandolo politicamente isolato.
L'accordo USA-Iran potrebbe lasciare Netanyahu come la sua più grande vittima, smantellando il suo marchio politico decennale di unico leader israeliano capace di piegare Washington al proprio volere. Gli analisti vedono crollare la sua strategia di pressione militare continua sull'Iran, isolandolo proprio dall'alleato che sosteneva di controllare.
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