
Tregua diplomatica tra Washington e Teheran: petrolio in calo, oro risale, dollaro stabile
L’intesa preliminare su una tabella di marcia per un accordo finale entro 60 giorni allenta la pressione sullo Stretto di Hormuz e ridisegna le attese sui mercati valutari e delle materie prime.
La prima giornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran in Svizzera ha prodotto una tabella di marcia per un accordo definitivo entro sessanta giorni, annunciata dai mediatori Qatar e Pakistan. L’intesa prevede anche un meccanismo per il cessate il fuoco in Libano e un canale di comunicazione per la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. La notizia ha allentato la pressione sui mercati energetici: i futures sul Brent sono scesi di quasi il 2% a circa 79 dollari al barile, dopo che l’annuncio di Teheran di aver chiuso lo stretto li aveva spinti sopra gli 81 dollari. L’oro spot è risalito dello 0,9% a 4.197 dollari l’oncia, dai minimi di metà giugno toccati venerdì, sostenuto dal raffreddamento geopolitico ma frenato dalle attese di rialzi dei tassi USA.
Il dollaro è rimasto stabile, con l’indice DXY poco sotto i massimi di un anno, alimentato dai flussi rifugio e dalle prospettive di una Fed restrittiva. La sterlina ha perso lo 0,2% a 1,32 dollari, appesantita dall’incertezza politica britannica dopo la vittoria di Andy Burnham e le ipotesi di dimissioni del premier Starmer. Dalla City si avverte che un allentamento delle regole fiscali verrebbe punito dal mercato dei gilt, con ricadute sulla valuta. L’euro ha ceduto lo 0,1% a 1,146 dollari, mentre le divise oceaniche hanno seguito il tono cauto.
Lo yen resta sotto osservazione, scivolato a 161,6 contro il dollaro, vicino al minimo di due anni. Una rottura di 161,96 lo porterebbe ai livelli più deboli dal 1986. Il ministro delle Finanze giapponese ha ribadito la prontezza a intervenire, ma secondo operatori asiatici un’azione unilaterale contro un dollaro forte e una Fed hawkish sarebbe costosa e potenzialmente vana. Le scommesse sui rialzi dei tassi USA si sono consolidate dopo i toni inflazionistici del presidente della Fed Kevin Warsh: i mercati prezzano 43 punti base di aumenti nel 2026, con un primo ritocco di 25 punti base atteso per settembre. I rendimenti dei Treasury a due anni sono saliti al 4,2276%, massimo da inizio 2025.
Per l’Europa e l’Italia, la tregua diplomatica offre un sollievo immediato sul fronte energetico, ma il quadro monetario resta teso. Il differenziale di rendimento con gli Stati Uniti si amplia, mentre la debolezza dello yen e le turbolenze politiche britanniche aggiungono volatilità. I prossimi snodi saranno la prosecuzione dei negoziati USA-Iran e i segnali della Fed in vista della riunione di settembre, vero spartiacque per valute e costo del debito.
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Nonostante il prolungamento dei colloqui USA-Iran, sono emerse rapidamente crepe nel cessate il fuoco, con un forte calo del traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz dopo che Teheran ha dichiarato di averlo chiuso. I mercati restano nervosi, perché il flusso di petrolio conta più delle promesse diplomatiche. Il dollaro è rimasto stabile, ma la fragile tregua mantiene vivi i rischi di inflazione e tassi.
I prezzi dell'oro sono saliti dal livello più basso in oltre una settimana, guadagnando lo 0,9% a 4197,41 dollari l'oncia, mentre i prezzi del petrolio sono scesi. Il resoconto si è concentrato esclusivamente sui movimenti dei prezzi delle materie prime, senza collegarli ai colloqui diplomatici tra USA e Iran.
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