
Terremoto in Venezuela: 589 morti, migliaia di dispersi e una corsa contro il tempo
Due scosse di magnitudo 7.2 e 7.5 in 39 secondi hanno devastato la costa caraibica, con La Guaira in ginocchio e soccorsi internazionali in arrivo.
La sera di mercoledì 24 giugno, due violente scosse telluriche – magnitudo 7.2 e 7.5, separate da appena 39 secondi – hanno colpito il nord del Venezuela con epicentro a circa 160 chilometri a ovest di Caracas. L’area più devastata è lo stato costiero di La Guaira, a ridosso della capitale, dove interi quartieri sono stati rasi al suolo e l’aeroporto internazionale Simón Bolívar ha subito danni strutturali che ne hanno imposto la chiusura. Secondo l’ultimo bilancio ufficiale fornito venerdì mattina dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, i morti accertati sono 589 e i feriti 2.980, mentre le autorità sanitarie parlano di oltre 200 persone ancora intrappolate sotto le macerie.
Il numero delle vittime è cresciuto rapidamente nelle ore successive al disastro: il ministro della Salute Carlos Alvarado aveva riferito giovedì sera di 235 decessi e più di 4.300 feriti, ma già allora i modelli previsionali dello U.S. Geological Survey indicavano una probabilità elevata che le vittime potessero superare le 10.000 unità. A rendere incerto il quadro contribuisce il drammatico silenzio che avvolge migliaia di dispersi: un sito web allestito da organizzazioni della società civile venezuelana segnalava venerdì oltre 50.000 persone non ancora localizzate, un dato non verificato ufficialmente ma che riflette la portata della catastrofe. Tra le vittime accertate figurano cittadini stranieri: il ministero degli Esteri spagnolo ha confermato quattro decessi e 99 connazionali irreperibili; il Portogallo ha denunciato nove morti e 56 dispersi; il Brasile due vittime; la Cina due; l’Italia ha avuto notizia di un italo-venezuelano deceduto nel crollo di un edificio a La Guaira, mentre la Farnesina stima in circa 65.000 i connazionali residenti nell’area colpita.
La risposta internazionale è stata immediata. Gli Stati Uniti, che da gennaio esercitano una forte influenza sul governo ad interim dopo l’arresto di Nicolás Maduro, hanno mobilitato 150 milioni di dollari di aiuti, inviato due navi da guerra, aerei da trasporto ed elicotteri, e schierato squadre di ricerca e soccorso urbano provenienti da Virginia e California. L’Unione Europea ha attivato il sistema satellitare Copernicus per la mappatura dei danni, mentre dalla base aerea di Pratica di Mare è partita una missione italiana con 41 vigili del fuoco specializzati in operazioni USAR, un modulo di supporto tecnico e personale della Protezione Civile. Anche Svizzera, Germania, Francia, Spagna, Messico, Colombia, Brasile e altri Paesi hanno inviato squadre cinofile, ospedali da campo e tonnellate di materiali.
Sul piano geologico, il doppio evento – classificato come “dobletto sismico” – è stato generato dalla faglia di San Sebastián, parte del sistema Boconó che segna il confine tra la placca caraibica e quella sudamericana. La sequenza ha liberato un’energia distruttiva amplificata dalla superficialità degli ipocentri (10-22 chilometri) e dalla debolezza di un’edilizia già provata da anni di crisi economica. Le operazioni di soccorso, ostacolate da blackout elettrici, interruzioni delle comunicazioni e saccheggi, proseguono senza sosta, ma il bilancio resta provvisorio e le autorità venezuelane avvertono che il numero delle vittime è destinato a salire.
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Due violenti terremoti, i più forti in oltre un secolo, hanno colpito il Venezuela, causando crolli di edifici e intrappolando migliaia di persone sotto le macerie. Il bilancio delle vittime è in aumento e si temono migliaia di morti, mentre è stato dichiarato lo stato d'emergenza. Squadre di soccorso internazionali si stanno mobilitando mentre la portata del disastro diventa chiara.
Il governo ha reagito rapidamente istituendo un fondo di 200 milioni di dollari per la ricostruzione, mentre le piattaforme cittadine segnalano oltre 40.000 dispersi. La comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, offre aiuti e l'ONU chiede uno sforzo collettivo massiccio. La priorità è la ricerca dei sopravvissuti e la solidarietà di fronte a una tragedia di proporzioni enormi.
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