
Stretto di Hormuz conteso: nuovi raid Usa e rappresaglie iraniane mettono a rischio la tregua
Washington e Teheran si scambiano attacchi mentre il controllo del vitale passaggio marittimo fa vacillare l'accordo di cessate il fuoco, con ripercussioni sui mercati energetici globali.
Le forze armate statunitensi hanno lanciato nella notte di domenica una nuova ondata di attacchi contro obiettivi militari iraniani, colpendo decine di siti lungo la costa meridionale dell'Iran, dalle isole di Qeshm e Farur fino ai porti di Bandar Abbas e Jask. L'operazione, ordinata direttamente dal presidente Donald Trump, è stata motivata dal Comando centrale americano (Centcom) con la necessità di «degradare la capacità dell'Iran di attaccare il naviglio commerciale» nello Stretto di Hormuz. Poche ore prima, i Guardiani della rivoluzione iraniana avevano annunciato la chiusura a tempo indeterminato dello stretto e colpito con missili e droni diversi Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi – Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Oman – in quella che Teheran ha definito la «prima fase» della rappresaglia per i bombardamenti americani del fine settimana, durante i quali erano già stati centrati circa 140 obiettivi.
Secondo fonti militari americane, lo Stretto di Hormuz resta aperto al traffico internazionale e «l'Iran non lo controlla»: le unità navali statunitensi sono posizionate per garantire la libertà di navigazione, e oltre 140 navi avrebbero transitato nell'ultima settimana. Di contro, l'Iran – per voce dei Guardiani della rivoluzione e dell'Autorità per la gestione del Golfo Persico, istituita a maggio – sostiene che il passaggio è «chiuso fino a nuovo avviso» e che nessuna imbarcazione sarà autorizzata a percorrerlo finché perdureranno le «ingerenze americane». Teheran accusa Washington di aver violato l'intesa provvisoria firmata il 17 giugno, che prevedeva sessanta giorni di tregua per negoziare la fine della guerra scoppiata il 28 febbraio con i raid congiunti americano-israeliani. Dal canto suo, l'amministrazione Trump ritiene che gli attacchi iraniani alle navi mercantili – tra cui il cargo GFS Galaxy, colpito sabato con un missile da crociata e abbandonato in fiamme dall'equipaggio – abbiano di fatto posto fine al cessate il fuoco.
La posta in gioco va ben oltre lo scontro bilaterale. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transitava, prima del conflitto, circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati nel mondo. La nuova fiammata di violenza ha spinto i prezzi del greggio a un rialzo superiore al 4,5 per cento all'apertura dei mercati asiatici, con il WTI americano oltre i 74 dollari al barile. Per l'Europa, e in particolare per l'Italia, che dipendono in misura significativa dalle forniture energetiche che solcano quelle acque, il protrarsi dell'instabilità rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza degli approvvigionamenti e un fattore di pressione inflazionistica. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha avvertito che «un ritorno alle ostilità su vasta scala avrebbe conseguenze catastrofiche».
Il nodo del contendere resta il controllo del corridoio marittimo. Prima della guerra vigeva un regime di libero transito; oggi l'Iran pretende di regolamentare il traffico imponendo un unico corridoio autorizzato sotto la propria sorveglianza, mentre gli Stati Uniti insistono sul carattere internazionale della via d'acqua. I mediatori – Pakistan, Oman e Qatar – faticano a tenere in piedi il negoziato. L'Oman, che solo sabato aveva ospitato il ministro degli Esteri iraniano per discutere della gestione dello stretto, si è visto costretto a convocare l'ambasciatore di Teheran per protestare formalmente contro gli attacchi subiti, un gesto diplomatico senza precedenti dall'inizio del conflitto. Il Pakistan ha espresso «profonda preoccupazione per l'escalation» e ha chiesto moderazione, mentre il Qatar ha denunciato tre feriti tra i civili a causa delle intercettazioni missilistiche. A metà del periodo di tregua concordato, il percorso diplomatico appare sempre più incerto, e le prossime ore saranno decisive per capire se esista ancora uno spazio per riportare le parti al tavolo.
| Stampa latinoamericana | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
| Stampa sud-est asiatica | −0.40 | critical |
L'Iran chiude lo stretto in legittima difesa dopo i bombardamenti statunitensi, e la tregua è a rischio a causa dell'aggressione americana.
La sequenza degli eventi viene presentata come reazione difensiva dell'Iran ai raid USA, minimizzando l'attacco iniziale iraniano a una nave portacontainer come detonante.
Lo Stretto di Hormuz rimane aperto al commercio internazionale; gli Stati Uniti garantiscono la libertà di navigazione e ritengono l'Iran responsabile dei suoi attacchi.
La dichiarazione unilaterale degli USA sullo stato dello stretto viene presentata come un fatto oggettivo, mentre la rivendicazione iraniana di chiusura viene trattata come una semplice affermazione senza pari peso.
Gli Stati Uniti bombardano l'Iran senza giustificazione, provocando una pericolosa escalation. Le azioni dell'Iran sono una legittima risposta all'aggressione americana.
La narrazione omette l'attacco iniziale dell'Iran a una nave portacontainer nello Stretto di Hormuz, che ha innescato i raid statunitensi, presentando così gli USA come unico aggressore.
Omette che l'Iran ha attaccato una nave portacontainer nello Stretto di Hormuz, che ha innescato i raid statunitensi.
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