
Trump minaccia pedaggi nello Stretto di Hormuz, Teheran annuncia la chiusura
Trump minaccia pedaggi nello Stretto di Hormuz se l’accordo con l’Iran non verrà raggiunto entro 60 giorni, mentre Teheran chiude il passaggio per le violazioni israeliane in Libano.
Sabato 20 giugno 2026, la tensione nel Golfo Persico è esplosa su due fronti simultanei: il presidente statunitense Donald Trump ha ventilato la possibilità di imporre pedaggi alle navi in transito nello Stretto di Hormuz se le trattative con l’Iran non porteranno a un accordo definitivo entro 60 giorni, mentre Teheran ha dichiarato la chiusura del passaggio strategico, accusando Washington e Israele di aver violato il memorandum di intesa per il cessate il fuoco firmato appena tre giorni prima. Il tempismo dei due annunci, a poche ore dall’avvio dei colloqui tecnici in Svizzera, ha gettato un’ombra sulla fragile tregua che doveva aprire la strada a negoziati sul nucleare iraniano e sulla stabilizzazione regionale.
Secondo le autorità iraniane, la chiusura dello Stretto è una risposta diretta ai continui attacchi israeliani in Libano, che violano la prima clausola dell’intesa: un cessate il fuoco su tutti i fronti, incluso quello libanese. Teheran sostiene che gli Stati Uniti non abbiano esercitato la necessaria pressione per fermare le operazioni militari israeliane, rendendo così vano l’impegno a sospendere le ostilità. Al contrario, fonti militari statunitensi, tramite il Comando Centrale, assicurano che il traffico marittimo commerciale prosegue regolarmente e che la presenza militare statunitense garantisce la libertà di navigazione, minimizzando l’effettivo controllo iraniano sul canale. La minaccia di pedaggi americani, giustificata da Trump come compensazione per il ruolo di “Angelo Custode” del Medio Oriente, è interpretata dagli analisti di Bruxelles come una leva negoziale per accelerare un accordo che includa il congelamento del programma nucleare di Teheran e lo sblocco dei beni iraniani all’estero.
Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è vitale per gli approvvigionamenti energetici europei e italiani in particolare, già messi alla prova dalla volatilità dei mercati. Qualsiasi interruzione prolungata rischia di innescare un’impennata dei prezzi del greggio e del gas naturale liquefatto, con ricadute immediate su famiglie e imprese. La diplomazia internazionale, con la mediazione chiave del Pakistan e del Qatar, cerca ora di ricucire lo strappo: le delegazioni sono attese in Svizzera nella giornata di domenica per i colloqui tecnici. Da parte americana saranno presenti il vicepresidente J.D. Vance, il genero di Trump Jared Kushner e l’inviato Steve Witkoff; per l’Iran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, accompagnati da funzionari economici. L’obiettivo immediato è consolidare il cessate il fuoco e avviare il dialogo sul nucleare, ma il nodo centrale resta la reciproca sfiducia: Teheran subordina ogni progresso all’effettiva cessazione delle ostilità in Libano, mentre Washington esige garanzie verificabili sull’arresto dell’arricchimento dell’uranio.
In questo quadro, il round negoziale in Svizzera si configura come un banco di prova per la tenuta dell’intesa provvisoria. Sebbene il memorandum preveda il libero transito per 60 giorni e lo sblocco di miliardi di dollari di asset iraniani, la sua applicazione è già in bilico. L’evoluzione della situazione in Libano e la capacità dei mediatori di ottenere un cessate il fuoco duraturo saranno determinanti per scongiurare un’escalation che colpirebbe direttamente gli interessi energetici globali, con l’Europa ancora esposta alle turbolenze geopolitiche.
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