
Stretto di Hormuz, Washington respinge i pedaggi iraniani: «Si diffonderebbero come un contagio»
Il segretario di Stato americano, in Bahrein, rassicura gli alleati del Golfo e avverte che imporre tariffe sulle vie d'acqua internazionali creerebbe un precedente pericoloso, mentre Teheran rivendica la gestione regionale dello stretto e accusa la Nato di complicità.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio, in Bahrein al termine di un tour nel Golfo, ha dichiarato che Washington non accetterà «un accordo a qualsiasi prezzo» con l’Iran e ha respinto l’ipotesi di pedaggi imposti da Teheran alle navi in transito nello Stretto di Hormuz. «Le vie d’acqua internazionali non appartengono a nessuno Stato-nazione», ha affermato, avvertendo che se si accettasse il principio di far pagare un passaggio in prossimità delle acque territoriali, «questo si diffonderebbe in tutto il mondo come un’epidemia». L’intervento si inserisce nel quadro del memorandum d’intesa firmato il 17 giugno per porre fine alle ostilità e avviare un negoziato di sessanta giorni, durante il quale il transito commerciale resta gratuito, ma il futuro assetto della via d’acqua rimane uno dei nodi centrali.
Da Teheran, i Guardiani della Rivoluzione hanno avvertito che qualsiasi attraversamento non autorizzato «sarà affrontato» e che l’unica rotta autorizzata è quella indicata dalla Repubblica islamica. L’Iran rivendica l’introduzione di «diritti di servizio marittimo» e una gestione regionale dello stretto, posizione che sarà al centro di colloqui tra paesi del Golfo, Iraq e Iran avviati dal Qatar. L’Oman ha annunciato un corridoio temporaneo coordinato con l’Organizzazione marittima internazionale, iniziativa denunciata dai Guardiani senza menzionare Mascate. I paesi del Golfo, colpiti da rappresaglie iraniane durante la guerra, temono che un’intesa troppo morbida – secondo fonti diplomatiche potrebbe includere un fondo di ricostruzione da trecento miliardi di dollari – consenta a Teheran di riarmarsi.
Sul piano europeo, l’Iran ha accusato la Nato di «complicità attiva in una guerra di aggressione illegale», citando Italia e Romania per aver consentito l’uso delle basi aeree a velivoli statunitensi. Per l’Italia, che ospita basi alleate e dipende dalla stabilità del Golfo per gli approvvigionamenti energetici, la vicenda ripropone il nodo della sicurezza: prima della guerra, dallo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto del commercio mondiale di idrocarburi, e il prezzo del petrolio, dopo l’impennata seguita al blocco, è tornato solo di recente ai livelli prebellici (circa 72 dollari al barile), segno di una normalizzazione fragile.
Il negoziato tecnico riprenderà il 29 o 30 giugno in Svizzera, con l’obiettivo di un accordo permanente su nucleare e sanzioni. L’Aiea ha confermato ispezioni in Iran senza data. Sul fronte interno americano, Trump ha chiesto al Congresso 88 miliardi di dollari supplementari per i costi della guerra, mentre crescono le pressioni per un’autorizzazione parlamentare a future azioni militari. La scadenza dei sessanta giorni di transito gratuito a Hormuz, e la capacità di trovare un compromesso sulla governance dello stretto, determineranno se la tregua potrà diventare pace duratura o se il rischio di un nuovo caos energetico globale rimarrà concreto.
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Gli Stati Uniti stanno cercando di rassicurare gli alleati del Golfo che i loro interessi di sicurezza saranno protetti in qualsiasi accordo finale con l'Iran. Il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz durante la guerra ha messo in luce la vulnerabilità delle spedizioni petrolifere del Golfo, e Washington ora cerca un'intesa mantenendo il proprio ruolo protettivo.
Gli Stati Uniti hanno respinto con fermezza qualsiasi rivendicazione nazionale sullo Stretto di Hormuz, avvertendo che i pedaggi proposti dall'Iran creerebbero un pericoloso precedente. Una mossa del genere potrebbe diffondersi come un contagio ad altre vie d'acqua internazionali, minacciando il commercio globale e i flussi energetici.
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