
Teheran detta le regole nello Stretto di Hormuz, sfida a Oman e Washington
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione avverte che ogni transito non autorizzato è inaccettabile, mentre il sultanato apre un corridoio temporaneo e gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi pedaggio.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato che l’unica rotta autorizzata per attraversare lo Stretto di Hormuz è quella annunciata dalla Repubblica Islamica, definendo «inaccettabile ed estremamente pericolosa» qualsiasi via alternativa non coordinata con Teheran. La nota, diffusa giovedì dall’agenzia ufficiale IRNA, impone a tutte le navi di coordinarsi con la marina iraniana sul canale 16 e minaccia misure coercitive contro i trasgressori. La presa di posizione arriva poche ore dopo che il Sultanato dell’Oman aveva istituito un corridoio temporaneo lungo le proprie acque territoriali, confermato come libero da mine e raccomandato dall’Organizzazione Marittima Internazionale. L’iniziativa di Muscat, pensata per rassicurare gli armatori e fluidificare il traffico, viene così respinta frontalmente da Teheran, che intende mantenere il controllo operativo sul passaggio strategico.
Secondo fonti iraniane, la gestione dello Stretto non tornerà allo status quo precedente il conflitto scoppiato il 28 febbraio con i raid statunitensi e israeliani. Teheran rivendica il diritto di regolamentare la navigazione e di imporre tariffe per «servizi marittimi», distinguendo tra Stati amici, neutrali e ostili. Nell’ottica di Washington, invece, lo Stretto è una via d’acqua internazionale e qualsiasi pedaggio costituirebbe un precedente inaccettabile: il segretario di Stato Marco Rubio, in visita nei Paesi del Golfo, ha avvertito che dazi unilaterali rischiano di innescare «il caos totale». Il memorandum d’intesa firmato il 17 giugno dai presidenti Trump e Pezeshkian prevede il passaggio gratuito per sessanta giorni, ma non scioglie il nodo di fondo: l’Iran considera la propria sovranità sulle rotte come una leva negoziale, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati regionali insistono sulla libertà di navigazione.
Per l’Europa e per l’Italia, che dipendono in misura significativa dal gas naturale liquefatto e dal petrolio in transito da Hormuz, l’incertezza regolatoria si traduce in un rischio concreto per la sicurezza energetica. I dati di MarineTraffic mostrano una ripresa parziale dei transiti, triplicati nel fine settimana ma ancora ben al di sotto dei livelli prebellici, con gli operatori che adottano rotte miste e mantengono un atteggiamento prudente. Analisti di RBC Capital Markets avvertono che, se l’Iran conserverà un’influenza operativa sullo Stretto, i flussi di greggio potrebbero non tornare mai ai volumi precedenti, con effetti strutturali sui prezzi. Bruxelles segue con apprensione l’evolversi della situazione, consapevole che ogni restrizione prolungata si ripercuoterebbe sulle economie del Mediterraneo.
Il dossier resta aperto. Il memorandum prevede un negoziato finale entro sessanta giorni, con la mediazione di Pakistan e Qatar, ma le distanze restano profonde. L’Iran e l’Oman hanno annunciato un comitato congiunto per studiare i «costi» dei servizi di amministrazione dello Stretto, mentre il Congresso americano discute uno stanziamento di ottanta miliardi di dollari per le operazioni militari. La tregua in vigore dall’8 aprile ha interrotto le ostilità dirette, ma la partita per il controllo del più importante collo di bottiglia energetico del mondo è appena entrata nella sua fase diplomatica più delicata.
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L'Iran ribadisce la propria sovranità sullo Stretto di Hormuz, dichiarando che solo le rotte da esso autorizzate garantiscono una navigazione sicura. Qualsiasi corridoio alternativo, come quello proposto dall'Oman, viene respinto in quanto pericoloso e inaccettabile. Le navi che non si coordineranno con le forze navali iraniane saranno considerate in violazione e potranno subire conseguenze.
La Guardia rivoluzionaria iraniana lancia un duro avvertimento contro l'uso di rotte non autorizzate nello Stretto di Hormuz, respingendo di fatto un'iniziativa di mediazione dell'Oman. La mossa viene letta come un'ennesima dimostrazione di forza di Teheran su un passaggio vitale per il commercio energetico mondiale. La comunità marittima internazionale osserva con preoccupazione l'irrigidimento unilaterale delle regole di transito.
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