
Londra condanna due spie cinesi: è la prima volta sotto il National Security Act
Due britannico-cinesi incarcerati per sorveglianza illegale su dissidenti di Hong Kong; un caso parallelo in Malesia rivela la rete di operazioni coperte.
La giustizia britannica ha emesso una sentenza storica, la prima applicazione concreta del nuovo National Security Act del 2023, condannando due cittadini con doppio passaporto britannico e cinese per attività di spionaggio a favore di Pechino. Chi Leung «Peter» Wai, ex funzionario della Border Force all’aeroporto di Heathrow, è stato condannato a dieci anni di reclusione; il suo «handler», Chung Biu «Bill» Yuen, ex sovrintendente della polizia di Hong Kong, a otto. L’accusa ha dimostrato che i due, su ordini provenienti da Hong Kong e dalla Cina continentale, conducevano operazioni di «shadow policing»: sorveglianza, raccolta di informazioni e intimidazione nei confronti di attivisti pro-democrazia hongkonghesi rifugiatisi nel Regno Unito. Wai sfruttava il suo accesso ai database del Ministero dell’Interno per tracciare i movimenti dei dissidenti, mentre Yuen, operando dall’ufficio commerciale di Hong Kong a Londra, coordinava la rete e riferiva ai servizi di intelligence cinesi. Il giudice Bobbie Cheema-Grub ha definito le azioni «deliberate, concertate e gravi», sottolineando il danno psicologico inflitto alle vittime.
Il caso ha immediatamente innalzato la tensione tra Londra e Pechino, già provata dalla progressiva erosione dell’autonomia di Hong Kong e dalle polemiche sulle ingerenze cinesi in territorio britannico. Secondo analisti della sicurezza europei, la vicenda conferma un’espansione delle attività di intelligence cinese sul continente, che non risparmia i Paesi dell’Unione. L’Italia, che ospita una crescente diaspora hongkonghese e mantiene al contempo solidi legami commerciali con la Cina, si trova in una posizione di particolare delicatezza: Bruxelles segue con attenzione il precedente britannico, valutando meccanismi di coordinamento rafforzato per il controspionaggio e un monitoraggio più stringente delle rappresentanze ufficiali cinesi, spesso sospettate di fungere da piattaforme per operazioni coperte.
A poche migliaia di chilometri di distanza, un tribunale malese ha inflitto multe a sei cittadini cinesi e taiwanesi per aver orchestrato una truffa sentimentale online su scala internazionale. La centrale operativa, smantellata a Penang, prendeva di mira vittime in Malesia, Cina e Taiwan, utilizzando false identità digitali per estorcere denaro. Sebbene la vicenda non abbia la medesima caratura geopolitica del processo londinese, essa illustra la molteplicità di attività illecite – dalla frode informatica allo spionaggio di Stato – che reti legate alla Cina conducono all’estero, sfruttando la porosità delle frontiere e la frammentazione giurisdizionale.
Nell’ottica di Pechino, queste operazioni rientrano in una strategia di tutela della sicurezza nazionale che non riconosce confini, specie quando si tratta di reprimere voci critiche verso il Partito comunista. Ma per le capitali occidentali, il messaggio è inequivocabile: la repressione transnazionale non è più una minaccia astratta. La sfida per l’Europa, e per l’Italia in particolare, sarà quella di bilanciare la necessaria vigilanza con la preservazione di canali diplomatici e commerciali vitali, evitando che la difesa dei diritti e della sovranità territoriale diventi ostaggio di logiche di schieramento.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Due residenti di Hong Kong legati all'ufficio commerciale della città a Londra sono stati condannati fino a dieci anni per spionaggio. Il caso viene presentato come un processo politico sotto la nuova legge britannica anti-interferenza, che prende di mira individui con legami con Hong Kong piuttosto che con la Cina continentale. La narrazione suggerisce scetticismo verso le accuse e simpatia per i condannati.
Due uomini sono stati condannati nel Regno Unito per spionaggio a favore della Cina, il primo caso del genere sotto la nuova legge sulla sicurezza nazionale. Il resoconto descrive in modo pacato le sentenze emesse dalla corte di Old Bailey, presentando l'evento come una semplice applicazione della legge senza commenti editoriali.
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