
Scisma e resistenza: il ricorso dei lefebvriani e la chiesa confiscata a Tehran
Mentre la Fraternità San Pio X contesta la scomunica vaticana, a Tehran una comunità evangelica viene sfrattata: due volti del dissenso religioso globale.
Il 12 luglio, una famiglia cristiana ha varcato per l’ultima volta il cancello del complesso di San Pietro a Tehran, con poche masserizie in mano, lasciandosi alle spalle una chiesa costruita nel 1872 e due scuole che per generazioni avevano accolto la minoranza protestante di lingua persiana. Poche ore prima, a migliaia di chilometri di distanza, la Fraternità Sacerdotale San Pio X depositava presso il Dicastero per la Dottrina della Fede un ricorso preliminare contro la scomunica dei suoi sei vescovi, ordinati il 1° luglio a Ecône, in Svizzera, senza il mandato del papa. Due gesti distanti, eppure uniti da un identico movimento: comunità di fede che rifiutano di piegarsi a un’autorità superiore, appellandosi a un diritto che ritengono più alto.
La Fraternità, fondata da Marcel Lefebvre nel 1970, era già stata dichiarata scismatica nel 1988 dopo le prime consacrazioni episcopali non autorizzate; la scomunica fu revocata da Benedetto XVI nel 2009, ma la piena comunione non è mai stata ristabilita. Con le nuove ordinazioni, il Vaticano ha ribadito che i ministri della Fraternità «sono in stato di scisma» e che i sacramenti da loro amministrati – confessione e matrimonio in particolare – sono invalidi. In Brasile, il padre Françoá Costa, legato alla Fraternità e a capo della Cappella Sant’Atanasio a Ceilândia, ha respinto la scomunica come «ingiusta e nulla» e ha annunciato che continuerà a celebrare messa. La Conferenza episcopale brasiliana ha precisato che le messe restano valide benché illecite, mentre confessione e matrimonio sono privi di effetti giuridici e spirituali. Il ricorso presentato dalla Fraternità, secondo il diritto canonico, sospende l’esecuzione del decreto vaticano e apre la strada a un possibile ricorso gerarchico.
A Tehran, la posta in gioco non è la validità dei sacramenti ma la sopravvivenza stessa di una comunità. Il complesso di San Pietro, che comprendeva la chiesa, due scuole, abitazioni e gli uffici della Società Biblica e del Consiglio delle Chiese evangeliche iraniane, era stato confiscato nel 1998 da un tribunale rivoluzionario a favore di una fondazione sotto il controllo della Guida suprema. Solo nel 2008 i responsabili della chiesa ne sono venuti a conoscenza. Dopo anni di pressioni, a giugno 2025 le ultime venti famiglie hanno ricevuto l’ordine di sgombero con un preavviso di due settimane. Esperti delle Nazioni Unite hanno condannato l’esproprio come una violazione del diritto internazionale, inserendolo in un quadro più ampio di chiusure forzate: la chiesa protestante assira di Tabriz nel 2019, quella di Mashhad demolita nella primavera del 2025, e il divieto di fatto di celebrare in lingua persiana imposto alle poche comunità rimaste.
Entrambe le vicende rivelano come l’autorità – sia essa una curia romana o uno Stato confessionale – reagisca con durezza quando una comunità religiosa si sottrae al proprio controllo. La Fraternità San Pio X, con circa seicentomila fedeli nel mondo, rivendica il diritto di preservare la messa tridentina in latino e una lettura rigorosa della tradizione dottrinale, opponendosi alle riforme del Concilio Vaticano II. I cristiani evangelici iraniani, molti dei quali convertiti dall’islam, chiedono semplicemente di esistere. In entrambi i casi, la risposta istituzionale è stata la stessa: dichiarare l’illegittimità dell’altro, revocare il riconoscimento, colpire i sacramenti o i luoghi di culto.
Nel silenzio del complesso di San Pietro, ormai vuoto, risuona l’eco di una lunga storia di fede persiana; a Ceilândia, il padre Françoá continua a celebrare messa in latino, con le spalle rivolte ai fedeli, come se nulla fosse accaduto. Due immagini che restano sospese, in attesa che il diritto canonico o la diplomazia internazionale dicano l’ultima parola.
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
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| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.80 | critical |
La Chiesa deve far rispettare la sua dottrina; chi rompe con la tradizione subisce le conseguenze.
Concentrandosi sugli aspetti legali della scomunica, la narrazione presenta l'autorità ecclesiastica come legittima e procedurale.
Non viene menzionata la contemporanea confisca di una chiesa in Iran da parte dello Stato, che inquadrerebbe la storia come conflitto tra Chiesa e Stato piuttosto che disciplina interna.
La Fraternità rimane fedele alla Chiesa e cerca giustizia attraverso i canali appropriati.
Inquadrando la scomunica come una questione procedurale soggetta ad appello, la narrazione normalizza il conflitto all'interno del diritto canonico.
La dimensione dei diritti umani della confisca della chiesa di Teheran è assente, sposterebbe l'attenzione dall'autorità interna a quella esterna.
Il governo iraniano deve restituire la chiesa e rispettare la libertà religiosa.
Invocando esperti dell'ONU e il linguaggio dei diritti umani, la narrazione internazionalizza il conflitto e delegittima l'azione statale.
La disputa interna cattolica in Brasile è omessa, complicherebbe la narrazione di pura repressione statale.
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