
Rubio rassicura il Golfo sull’intesa con l’Iran, ma Hormuz resta il nodo
Il Segretario di Stato americano promette allineamento con gli alleati arabi, mentre Teheran rivendica il controllo dello stretto e le capitali europee osservano con apprensione i riflessi sulla sicurezza energetica.
Il tour del Segretario di Stato americano Marco Rubio nelle monarchie del Golfo – Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein – segna il primo sforzo diplomatico ad alto livello dopo la firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran. Al centro dei colloqui, che culminano oggi con la riunione del Consiglio di Cooperazione del Golfo a Manama, c’è la promessa statunitense di non indebolire la sicurezza dei partner arabi durante i negoziati per un accordo definitivo. Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti saranno «completamente allineati» con i paesi del Golfo e li coinvolgeranno in ogni decisione, un messaggio rivolto a capitali che durante il conflitto hanno subito attacchi missilistici e di droni iraniani e hanno visto interrompersi le esportazioni di idrocarburi a causa del blocco dello Stretto di Hormuz.
Secondo fonti diplomatiche a Washington, l’amministrazione Trump cerca di rassicurare alleati che guardano con scetticismo a un’intesa preliminare priva di vincoli sul programma missilistico balistico di Teheran e sui suoi proxy regionali, e che prevede un fondo di ricostruzione da trecento miliardi di dollari potenzialmente a carico anche dei paesi della regione. Rubio ha escluso di chiedere contributi in questa fase, ma il testo del memorandum lascia intendere un coinvolgimento finanziario dei vicini. Dal canto suo, Teheran ha presentato l’accordo come una «dichiarazione di sconfitta americana», rivendicando il diritto, insieme all’Oman, di mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz e di imporre pedaggi per servizi marittimi. Il presidente Trump ha affermato sui social che l’Iran avrebbe rinunciato a ogni tassa, senza chiarire se l’impegno sopravviva ai sessanta giorni di tregua negoziale.
Lo Stretto di Hormuz, via d’acqua da cui transita una quota sostanziale del petrolio e del gas mondiale, è il dossier più immediato anche per l’Europa. Analisti di Bruxelles sottolineano che qualsiasi restrizione alla libertà di navigazione o l’introduzione di oneri finanziari si tradurrebbe in un aumento dei prezzi dell’energia, con ripercussioni dirette su Italia e Unione Europea, già provate dalla volatilità dei mercati. Non a caso, il Qatar ha avviato in Oman consultazioni regionali a cui partecipano Iraq e Iran, mentre l’Arabia Saudita si prepara a ospitare colloqui di riconciliazione tra paesi del Golfo e Teheran. I paesi arabi del Consiglio di Cooperazione spingono per una navigazione gratuita e senza ostacoli; l’Iran, secondo fonti diplomatiche, intende negoziare una tariffa ambientale e di sicurezza.
Sullo sfondo restano le contraddizioni tra le versioni di Washington e Teheran sulle ispezioni nucleari – Trump parla di accesso «all’infinito», l’Iran smentisce – e il conflitto in Libano, dove i colloqui mediati dagli Stati Uniti puntano a rafforzare l’esercito libanese a scapito di Hezbollah, senza però una richiesta esplicita di ritiro israeliano. I prossimi passaggi tecnici, con la ripresa dei negoziati tra esperti americani e iraniani prevista nei prossimi giorni, chiariranno se l’allineamento promesso da Rubio potrà tradursi in un’architettura di sicurezza condivisa o se le capitali del Golfo continueranno a cercare garanzie autonome in un quadro regionale che la guerra ha reso ancora più instabile.
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Gli Stati Uniti sono in preda al panico all'idea che gli Stati del Golfo possano creare un'architettura di sicurezza alternativa, minando gli Accordi di Abramo. Il tour del Segretario Rubio è un tentativo di rassicurare gli alleati, ma gli analisti lo interpretano come un segnale dell'indebolimento dell'influenza di Washington nella regione.
L'Iran dipinge l'accordo iniziale di cessate il fuoco come una dichiarazione di sconfitta americana, e liquida le rassicurazioni di Rubio agli Stati del Golfo come semplici affermazioni. Teheran insiste sul proprio controllo dello Stretto di Hormuz e respinge qualsiasi pedaggio, mentre gli USA si affannano per prolungare la tregua e riaprire la via d'acqua alle proprie condizioni.
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