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Londra, la Corte d’Appello conferma il bando di Palestine Action come gruppo terroristico

I giudici ribaltano la sentenza di febbraio: la proscrizione del collettivo pro-palestinese è legittima e proporzionata, mentre oltre cento manifestanti vengono arrestati davanti al tribunale.

La Corte d’Appello di Londra ha stabilito che il divieto imposto dal governo britannico a Palestine Action – il gruppo di attivisti pro-palestinesi inserito nel luglio 2025 nella lista delle organizzazioni terroristiche – è pienamente legittimo. Con una rara composizione a cinque giudici, il collegio presieduto dalla Lady Chief Justice Sue Carr ha ribaltato la decisione dell’Alta Corte che a febbraio aveva giudicato la proscrizione illegale, ritenendola un’interferenza sproporzionata nella libertà di espressione. «La decisione di proscrivere il gruppo non è stata illegittima», ha dichiarato la presidente, aggiungendo che descrivere Palestine Action come un’organizzazione non violenta «non era una tesi sostenibile». La sentenza rappresenta una vittoria politica e giuridica per il ministero dell’Interno, che aveva impugnato il verdetto di primo grado, e consolida un precedente di rilievo in materia di sicurezza nazionale.

Il provvedimento risale all’estate scorsa, quando il governo laburista di Keir Starmer equiparò Palestine Action a formazioni come al-Qaeda, Hezbollah e l’IRA, dopo una serie di azioni dirette contro infrastrutture legate all’industria della difesa israeliana nel Regno Unito. Gli attivisti avevano preso di mira in particolare gli stabilimenti di Elbit Systems, la più grande azienda israeliana del settore, penetrando in basi della Royal Air Force e danneggiando fabbriche di armi. Secondo fonti governative, la proscrizione ha già portato all’arresto di oltre tremila sostenitori del gruppo, configurando un’inedita stretta su un movimento che si autodefinisce di disobbedienza civile ma che le autorità considerano una minaccia all’ordine pubblico e alle relazioni internazionali del Paese.

La giornata della sentenza ha coinciso con una mobilitazione imponente. Davanti alla Royal Courts of Justice, la polizia metropolitana ha fermato 117 persone sospettate di sostenere un’organizzazione proscritta: molti brandivano cartelli con la scritta «I support Palestine Action». Parallelamente, un’ondata di proteste ha investito un evento immobiliare organizzato in una sinagoga londinese, il “Great Israeli Real Estate Event”, che proponeva la vendita di terreni occupati in Cisgiordania. Il sindaco Sadiq Khan aveva condannato l’iniziativa, ma lo scontro tra manifestanti pro-palestinesi e contro-manifestanti filo-israeliani ha portato ad almeno quattordici arresti, replicando tensioni già viste a New York un mese prima.

La vicenda ha attirato l’attenzione di osservatori internazionali ben oltre i confini britannici. Analisti europei sottolineano come la decisione londinese possa influenzare il dibattito in altri Paesi dell’Unione, dove gruppi analoghi sono attivi con tattiche simili, sollevando interrogativi sul confine tra protesta legittima e attività sovversiva. Da Bruxelles si guarda con cautela all’equilibrio tra la tutela della libertà di espressione e la necessità di prevenire azioni che colpiscono interessi economici e militari di Stati alleati. In Israele, la conferma del bando è stata accolta con favore dagli ambienti governativi e industriali, che vedono in Palestine Action una minaccia diretta alla cooperazione nel settore della difesa.

La co-fondatrice del gruppo, Huda Ammori, ha annunciato che continuerà la battaglia legale, ma il verdetto della Corte d’Appello restringe drasticamente gli spazi di manovra. Il caso lascia in eredità un interrogativo di fondo: se la qualifica di terrorismo possa essere estesa a movimenti che rifiutano la lotta armata ma praticano il sabotaggio e l’intrusione in siti sensibili. Per il governo britannico la risposta è affermativa, e la sentenza di lunedì offre una copertura giuridica che potrebbe ispirare legislazioni più restrittive anche altrove in Europa.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa israelianaStampa atlantica / anglosfera
Stampa israeliana/ sicurezza
trionfopragmatismo

La Corte d'Appello britannica ha giustamente confermato il divieto contro Palestine Action, riconoscendo che gli attacchi violenti del gruppo contro aziende della difesa come Elbit Systems giustificano la sua designazione come organizzazione terroristica. La sentenza ribalta una precedente decisione dell'Alta Corte che aveva privilegiato la libertà di espressione a scapito della sicurezza, ripristinando una misura necessaria per proteggere gli interessi britannici e degli alleati.

Stampa atlantica / anglosfera/ sicurezza
distaccopragmatismo

La Corte d'Appello del Regno Unito ha stabilito che il divieto governativo su Palestine Action ai sensi delle leggi antiterrorismo è legittimo, ribaltando una precedente sentenza dell'Alta Corte che lo aveva ritenuto una restrizione illegittima della libertà di espressione. Il collegio ha concluso che il bando rappresenta un equilibrio equo, respingendo la tesi del gruppo di essere un movimento di disobbedienza civile non violento.

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lunedì 15 giugno 2026

Londra, la Corte d’Appello conferma il bando di Palestine Action come gruppo terroristico

I giudici ribaltano la sentenza di febbraio: la proscrizione del collettivo pro-palestinese è legittima e proporzionata, mentre oltre cento manifestanti vengono arrestati davanti al tribunale.

La Corte d’Appello di Londra ha stabilito che il divieto imposto dal governo britannico a Palestine Action – il gruppo di attivisti pro-palestinesi inserito nel luglio 2025 nella lista delle organizzazioni terroristiche – è pienamente legittimo. Con una rara composizione a cinque giudici, il collegio presieduto dalla Lady Chief Justice Sue Carr ha ribaltato la decisione dell’Alta Corte che a febbraio aveva giudicato la proscrizione illegale, ritenendola un’interferenza sproporzionata nella libertà di espressione. «La decisione di proscrivere il gruppo non è stata illegittima», ha dichiarato la presidente, aggiungendo che descrivere Palestine Action come un’organizzazione non violenta «non era una tesi sostenibile». La sentenza rappresenta una vittoria politica e giuridica per il ministero dell’Interno, che aveva impugnato il verdetto di primo grado, e consolida un precedente di rilievo in materia di sicurezza nazionale.

Il provvedimento risale all’estate scorsa, quando il governo laburista di Keir Starmer equiparò Palestine Action a formazioni come al-Qaeda, Hezbollah e l’IRA, dopo una serie di azioni dirette contro infrastrutture legate all’industria della difesa israeliana nel Regno Unito. Gli attivisti avevano preso di mira in particolare gli stabilimenti di Elbit Systems, la più grande azienda israeliana del settore, penetrando in basi della Royal Air Force e danneggiando fabbriche di armi. Secondo fonti governative, la proscrizione ha già portato all’arresto di oltre tremila sostenitori del gruppo, configurando un’inedita stretta su un movimento che si autodefinisce di disobbedienza civile ma che le autorità considerano una minaccia all’ordine pubblico e alle relazioni internazionali del Paese.

La giornata della sentenza ha coinciso con una mobilitazione imponente. Davanti alla Royal Courts of Justice, la polizia metropolitana ha fermato 117 persone sospettate di sostenere un’organizzazione proscritta: molti brandivano cartelli con la scritta «I support Palestine Action». Parallelamente, un’ondata di proteste ha investito un evento immobiliare organizzato in una sinagoga londinese, il “Great Israeli Real Estate Event”, che proponeva la vendita di terreni occupati in Cisgiordania. Il sindaco Sadiq Khan aveva condannato l’iniziativa, ma lo scontro tra manifestanti pro-palestinesi e contro-manifestanti filo-israeliani ha portato ad almeno quattordici arresti, replicando tensioni già viste a New York un mese prima.

La vicenda ha attirato l’attenzione di osservatori internazionali ben oltre i confini britannici. Analisti europei sottolineano come la decisione londinese possa influenzare il dibattito in altri Paesi dell’Unione, dove gruppi analoghi sono attivi con tattiche simili, sollevando interrogativi sul confine tra protesta legittima e attività sovversiva. Da Bruxelles si guarda con cautela all’equilibrio tra la tutela della libertà di espressione e la necessità di prevenire azioni che colpiscono interessi economici e militari di Stati alleati. In Israele, la conferma del bando è stata accolta con favore dagli ambienti governativi e industriali, che vedono in Palestine Action una minaccia diretta alla cooperazione nel settore della difesa.

La co-fondatrice del gruppo, Huda Ammori, ha annunciato che continuerà la battaglia legale, ma il verdetto della Corte d’Appello restringe drasticamente gli spazi di manovra. Il caso lascia in eredità un interrogativo di fondo: se la qualifica di terrorismo possa essere estesa a movimenti che rifiutano la lotta armata ma praticano il sabotaggio e l’intrusione in siti sensibili. Per il governo britannico la risposta è affermativa, e la sentenza di lunedì offre una copertura giuridica che potrebbe ispirare legislazioni più restrittive anche altrove in Europa.

Divergenza delle fonti

Diritto · 11 testate · 6 lingue

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

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Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa israelianaStampa atlantica / anglosfera
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trionfopragmatismo

La Corte d'Appello britannica ha giustamente confermato il divieto contro Palestine Action, riconoscendo che gli attacchi violenti del gruppo contro aziende della difesa come Elbit Systems giustificano la sua designazione come organizzazione terroristica. La sentenza ribalta una precedente decisione dell'Alta Corte che aveva privilegiato la libertà di espressione a scapito della sicurezza, ripristinando una misura necessaria per proteggere gli interessi britannici e degli alleati.

Stampa atlantica / anglosfera/ sicurezza
distaccopragmatismo

La Corte d'Appello del Regno Unito ha stabilito che il divieto governativo su Palestine Action ai sensi delle leggi antiterrorismo è legittimo, ribaltando una precedente sentenza dell'Alta Corte che lo aveva ritenuto una restrizione illegittima della libertà di espressione. Il collegio ha concluso che il bando rappresenta un equilibrio equo, respingendo la tesi del gruppo di essere un movimento di disobbedienza civile non violento.

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