
Quando l’ufficio era una famiglia: la solitudine della generazione mobile
Dalla festa di pensionamento di una mentore australiana ai dati sulla solitudine, un viaggio nell’epoca in cui la connessione è ovunque tranne che tra le persone.
Qualche settimana fa, in una sala affollata di Sydney, una donna ha preso la parola durante la propria festa di pensionamento. «Non capirò mai perché la gente oggi voglia lavorare da casa», ha detto, indicando la stanza piena di ex colleghi. «Guardateci: ci siamo incontrati in ufficio, siamo diventati una famiglia. Su Zoom non succede». La sala è esplosa in un applauso. Per chi, come la giornalista che ha raccontato la scena, ha costruito le amicizie più profonde tra scrivanie e macchinette del caffè, quelle parole hanno risuonato come un epitaffio. In Australia, secondo un’indagine del 2025, più della metà della popolazione ritiene che il numero di amici stretti si stia riducendo, e il 12% dichiara di non averne nessuno. La Generazione Z e i Millennial sono i più colpiti: il 55% dei primi e il 57% dei secondi trovano più difficile fare amicizia rispetto al passato.
Dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, una neolaureata di 24 anni di nome Kylie Klapp ha accettato un impiego in un’azienda senza ufficio. Dopo due anni e 150 candidature, lavora da casa, comunica via Slack, e non ha mai incontrato un collega di persona. «Il telelavoro ha rovinato la mia vita sociale», ha confessato. Uno studio della London School of Economics ha quantificato il fenomeno: dal 2019 le assunzioni per posizioni entry-level sono calate di oltre il 14% nei paesi esaminati, e le aziende che mantengono il lavoro a distanza tendono a ridurre l’ingresso di giovani, perché formarli da remoto è più costoso e lento. Intanto, sui social, i video degli uffici di Google mostrano sale giochi e palestre scintillanti. Ma una dipendente ha recentemente confessato di averle trovate quasi vuote: «I benefit sono veri, ma lo è anche il carico di lavoro. Non credete a tutto ciò che vedete nei reel».
Di fronte a questa evaporazione dei legami tradizionali, molti cercano nuove forme di comunità. C’è chi, come una coppia di Calgary, si trasferisce in una piccola città della Columbia Britannica per dare ai figli la libertà di andare in bicicletta da soli, scoprendo che la fiducia nel vicinato conta più di ogni controllo parentale. C’è chi lascia New York per un sobborgo vicino a Seattle e, invece di annoiarsi, impara a tessere con un gruppo di anziane e partecipa a un circolo di conversazione in spagnolo in un birrificio. E c’è chi, dopo aver vissuto su un autobus trasformato in casa, si trasferisce su un’isola remota al largo dell’Alaska, accessibile solo in barca o in aereo, e scopre che il ritmo lento e il mutuo soccorso tra vicini creano un’appartenenza più solida di qualunque metropoli. Anche l’amore si adatta a questa geografia frammentata: una giovane americana divide la sua vita tra gli Stati Uniti e la Danimarca, contando i giorni del visto Schengen e spendendo cinquemila dollari l’anno in voli, mentre un gallese trasferitosi a Chicago ricostruisce la propria identità giocando a softball e frequentando eventi del British American Business Council. E intanto, in Ghana, una studentessa prossima alla laurea viene sommersa dalla domanda «quando ti sistemi?», mentre lei vorrebbe solo continuare a scrivere e creare, rimandando il matrimonio e i figli a un futuro imprecisato.
Questa mobilità perpetua ha un prezzo, e non solo emotivo. Ogni anno cinque miliardi di passeggeri si imbarcano su aerei dove la temperatura è mantenuta artificialmente bassa per evitare svenimenti dovuti alla pressione ridotta, e dove il bagaglio smarrito resta un incubo: nel 2025 sono stati 24 milioni i bagagli mal gestiti, anche se la tecnologia – come l’integrazione con Dov’è di Apple – ha ridotto del 90% le perdite definitive. I consigli per risparmiare si moltiplicano: congelare i liquidi per superare i controlli di sicurezza, evitare l’acqua in bottiglia in aeroporto, non cedere alle lusinghe del duty-free. Ma dietro l’ansia da valigia e i voli low-cost si nasconde una verità più profonda: ci spostiamo di più, ma forse ci incontriamo di meno. E quando ci fermiamo, le amicizie si incrinano per ragioni ideologiche. In India, un lettore di 24 anni confessa di aver perso molti amici a causa delle divergenze politiche, e i gruppi WhatsApp di famiglia sono diventati campi di battaglia silenziosi, rotti solo dagli auguri di compleanno.
Forse aveva ragione la mentore australiana: l’ufficio era una famiglia. Ma oggi quella famiglia si è dispersa in mille schermi, in isole remote, in chat mute. Resta l’applauso di quella sera, un suono che sapeva di nostalgia e di un mondo che, per un istante, si era ritrovato nella stessa stanza.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'ufficio era una seconda famiglia, dove nascevano amicizie profonde e durature. La generazione mobile di oggi, tra lavoro da remoto e continui spostamenti, rischia di perdere questi legami sociali essenziali, condannandosi a un isolamento che suscita nostalgia per un senso di appartenenza ormai in via di estinzione.
Il telelavoro sta rendendo più difficile per i neolaureati trovare e mantenere un impiego. Senza l'ambiente quotidiano dell'ufficio, i giovani perdono occasioni di mentorship e apprendimento informale, aggravando l'isolamento e bloccando le carriere sul nascere.
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