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Politicadomenica 14 giugno 2026

Perù, Fujimori avanti di 18mila voti ma il limbo elettorale persiste

La candidata di destra lascia il Paese per un viaggio familiare mentre lo scrutinio si arena sulle impugnazioni; dalla regione appelli al dialogo per evitare una crisi istituzionale.

A una settimana dal ballottaggio, il Perù resta intrappolato in un’incertezza elettorale che neppure il 98,59% delle schede scrutinate è riuscito a dissipare. Keiko Fujimori, candidata di Forza Popolare, mantiene un vantaggio di appena 18.478 voti su Roberto Sánchez, esponente della sinistra di Juntos por el Perú, con un margine che oscilla intorno al 50,05% contro il 49,95%. L’Ufficio nazionale dei processi elettorali (ONPE) ha completato il conteggio delle urne disponibili, ma restano in sospeso le impugnazioni presentate da entrambi gli schieramenti e le schede provenienti dall’estero, in particolare da Stati Uniti e Giappone, che hanno temporaneamente favorito Fujimori. In questo clima di attesa febbrile, la candidata ha annunciato un breve viaggio fuori dal Paese per accompagnare la figlia Kyara, adempiendo a una promessa familiare fatta prima del voto, un gesto che ha suscitato reazioni contrastanti sui social media.

La polarizzazione che attraversa il Perù riflette non solo una frattura politica, ma anche profonde disuguaglianze regionali, economiche e culturali. Secondo analisti latinoamericani, il voto ha messo a nudo la coesistenza di due visioni inconciliabili del futuro del Paese: da un lato la continuità neoliberista incarnata da Fujimori, dall’altro la spinta riformista e redistributiva di Sánchez, forte soprattutto nelle aree rurali e andine. La Conferenza permanente dei partiti politici dell’America Latina e dei Caraibi (Copppal), con sede a Città del Messico, ha lanciato un appello accorato affinché entrambi i candidati riconoscano la volontà popolare e rispettino i risultati finali, sottolineando che «essere democratici implica rispettare le regole del gioco». L’organismo ha invitato alla calma, ricordando che il processo non si concluderà finché il Giurato nazionale elettorale non avrà risolto tutte le contestazioni.

Dalla stampa brasiliana e dai centri studi europei si leva un coro di preoccupazione per la tenuta istituzionale di Lima. Il prolungarsi del limbo rischia di esacerbare le tensioni in un Paese già segnato da una cronica instabilità politica, con sei presidenti in cinque anni. Bruxelles osserva con attenzione, consapevole che un’eventuale crisi peruviana potrebbe riverberarsi sugli equilibri commerciali con l’Unione Europea, partner strategico nell’export di minerali e prodotti agricoli. Nel frattempo, l’assenza temporanea di Fujimori – seppur giustificata come «strettamente familiare» – è stata letta da alcuni osservatori come un segnale di distensione, mentre per altri rappresenta una fuga dalle responsabilità nel momento più delicato dello spoglio.

La prospettiva immediata è quella di un’attesa che potrebbe protrarsi fino alla fine del mese, con il rischio concreto che il vincitore venga proclamato con uno scarto inferiore allo 0,1%. Qualunque sia l’esito, il nuovo presidente dovrà governare un Paese spaccato a metà, dove la legittimità sarà messa alla prova fin dal primo giorno. Il dialogo e la costruzione di consensi, come auspicato da più parti, non saranno un’opzione ma una necessità per scongiurare una nuova fase di ingovernabilità. Il Perù si affaccia così su un futuro in cui la democrazia stessa, più ancora dei candidati, è chiamata a vincere la sua sfida più difficile.

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