
Israele sfida l'accordo USA-Iran: «Non lasceremo il Libano»
Netanyahu e i ministri respingono la clausola sul cessate il fuoco in Libano, mettendo a rischio l'intesa mediata dal Pakistan e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
L'annuncio di un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra in Medio Oriente, mediato dal Pakistan e atteso per la firma venerdì a Ginevra, ha immediatamente incontrato la ferma opposizione di Israele. Con il sostegno unanime del gabinetto, il premier Benjamin Netanyahu ha chiarito in una telefonata con Donald Trump che lo Stato ebraico non si considera vincolato dalla clausola sul cessate il fuoco in Libano: le Forze di difesa israeliane resteranno sulle posizioni nel sud del Paese e continueranno a colpire Hezbollah, rivendicando piena libertà d'azione. Poche ore prima dell'intesa, un raid israeliano su Beirut aveva provocato vittime, innescando il monito di Trump: «Siamo molto vicini a un accordo, non roviniamo tutto».
La reazione israeliana è stata netta e trasversale. Il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato una presenza militare «a tempo indeterminato» nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza, definite conquiste da preservare. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha usato toni ancora più duri: «L'accordo di Trump non ci vincola, non siamo una repubblica delle banane», ha scritto sui social, esigendo lo smantellamento totale di Hezbollah e nessun ritiro «di un solo centimetro» dai territori occupati. Anche settori dell'opposizione hanno giudicato l'intesa una «svolta pericolosa», segnalando un consenso interno sulla necessità di respingere le pressioni esterne sul fronte libanese.
Per Washington, l'intesa bilancia la fine delle ostilità su tutti i fronti con la riapertura dello Stretto di Hormuz, vitale per i mercati energetici globali. Trump ha avvertito che nuovi attacchi potrebbero far saltare tutto. Da Teheran, il ritiro israeliano dal Libano è condizione irrinunciabile: senza di esso, l'intero impianto dell'accordo rischia di collassare. A Bruxelles si teme che un fallimento destabilizzi il Mediterraneo orientale, con impatti diretti sui prezzi dell'energia e sulla sicurezza. Per l'Italia, che guida la missione UNIFIL nel sud del Libano e dipende dalle rotte energetiche che transitano per Hormuz, il prolungarsi dell'occupazione israeliana e l'eventuale ripresa degli scontri con Hezbollah rappresentano un rischio concreto, sia per la stabilità regionale sia per possibili nuovi flussi migratori.
La firma del 19 giugno a Ginevra è quindi appesa a un filo. Israele ha già dimostrato di voler agire unilateralmente, mentre l'Iran minaccia ritorsioni. Fonti militari israeliane assicurano che, se Hezbollah rispetterà il cessate il fuoco, non ci saranno attacchi in Libano, ma la permanenza delle IDF sul terreno resta una linea rossa per Teheran e per il movimento sciita. Il paradosso è che l'accordo, nato per spegnere un conflitto che ha coinvolto direttamente Washington e Teheran, rischia di naufragare proprio sul nodo libanese, dove gli interessi israeliani si scontrano con la diplomazia internazionale. La mediazione pakistana e la determinazione di Trump dovranno ora ricomporre una frattura che minaccia di prolungare la guerra per procura in Medio Oriente.
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I leader israeliani respingono l'accordo USA-Iran, rivendicando la sovranità nazionale e rifiutando di ritirarsi dalle zone di sicurezza in Libano. Considerano l'intesa insufficiente a garantire la sicurezza di Israele e insistono sul diritto di proseguire le operazioni contro Hezbollah. Fonti militari precisano tuttavia che, se Hezbollah rispetterà il cessate il fuoco, Israele non attaccherà.
Israele ignora l'accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, rifiutando di ritirare le truppe dai territori occupati in Libano. Funzionari israeliani annunciano piani per 'ripulire' l'area dalla popolazione locale e dalle infrastrutture, segnalando un'occupazione permanente. La sfida è vista come un colpo agli sforzi di pace e una continuazione dell'aggressione militare.
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