
Regno Unito: la Corte d’Appello conferma il bando di Palestine Action come gruppo terroristico
La Corte d’Appello britannica ribalta la sentenza di febbraio e dichiara legittimo il bando di Palestine Action, gruppo accusato di azioni violente contro aziende della difesa.
La Corte d’Appello di Londra ha confermato la legittimità del bando di Palestine Action come organizzazione terroristica, ribaltando la sentenza dell’Alta Corte di febbraio. La decisione, presa all’unanimità da un collegio di cinque giudici presieduto dalla Lady Chief Justice Sue Carr, stabilisce che la proscrizione disposta dal governo britannico nel luglio 2025 è “proporzionata” e non viola la libertà di espressione. Palestine Action era stata inserita nell’elenco delle organizzazioni terroristiche ai sensi del Terrorism Act 2000, rendendo l’appartenenza o il sostegno al gruppo punibili con pene fino a 14 anni di reclusione. L’Alta Corte aveva invece ritenuto il provvedimento illegittimo, accogliendo il ricorso presentato dalla co-fondatrice Huda Ammori.
Il gruppo, noto per azioni dirette contro aziende della difesa legate a Israele – in particolare Elbit Systems, il principale produttore israeliano di armamenti – era stato messo fuori legge dopo un’irruzione di attivisti in una base della Royal Air Force. Secondo i dati diffusi dalla stampa francese, il bando ha portato all’arresto di oltre tremila sostenitori. La Corte d’Appello ha respinto la tesi di Palestine Action di essere un movimento di disobbedienza civile non violento, descrivendolo piuttosto come “un’organizzazione clandestina che opera con cellule segrete per evitare l’individuazione e il perseguimento penale di coloro che usano la violenza per distruggere proprietà altrui”. I giudici hanno sottolineato che il gruppo non ha mai condannato l’uso di mezzi violenti.
La vicenda assume rilievo europeo. Da Bruxelles si osserva con attenzione il bilanciamento tra sicurezza e diritti fondamentali operato dalla giustizia britannica, in un momento in cui le proteste contro la guerra a Gaza e il sostegno militare a Israele attraversano l’intero continente. In Italia, azioni dirette contro sedi di aziende della difesa hanno sollevato interrogativi simili, senza tuttavia sfociare in provvedimenti di proscrizione paragonabili a quelli antiterrorismo. La decisione di Londra potrebbe offrire un modello ad altri governi europei che cercano di arginare forme di attivismo ritenute destabilizzanti, ma rischia al contempo di alimentare un dibattito sulla criminalizzazione del dissenso politico.
Dal Medio Oriente, i media israeliani accolgono con favore la sentenza, vedendovi un riconoscimento della minaccia rappresentata dalle campagne di boicottaggio e sabotaggio contro l’industria della difesa. Al contrario, ambienti palestinesi e della sinistra internazionale denunciano una pericolosa estensione della definizione di terrorismo. La battaglia legale potrebbe non essere conclusa: i legali di Palestine Action stanno valutando un ulteriore ricorso alla Corte Suprema. Quel che è certo è che la pronuncia della Corte d’Appello segna un punto di svolta, rafforzando la mano dell’esecutivo britannico e ridefinendo i confini tra protesta legittima e attività terroristica in un’Europa sempre più polarizzata.
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La Corte d'Appello britannica ha giustamente confermato il divieto contro Palestine Action, riconoscendo che gli attacchi violenti del gruppo contro aziende della difesa come Elbit Systems giustificano la sua designazione come organizzazione terroristica. La sentenza ribalta una precedente decisione dell'Alta Corte che aveva privilegiato la libertà di espressione a scapito della sicurezza, ripristinando una misura necessaria per proteggere gli interessi britannici e degli alleati.
La Corte d'Appello del Regno Unito ha stabilito che il divieto governativo su Palestine Action ai sensi delle leggi antiterrorismo è legittimo, ribaltando una precedente sentenza dell'Alta Corte che lo aveva ritenuto una restrizione illegittima della libertà di espressione. Il collegio ha concluso che il bando rappresenta un equilibrio equo, respingendo la tesi del gruppo di essere un movimento di disobbedienza civile non violento.
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