
Parigi e Roma disegnano la coalizione post-UNIFIL, Beirut invoca l’esercito
Macron e Meloni annunciano un’iniziativa multilaterale per il Sud del Libano dopo la fine del mandato ONU, mentre il presidente Aoun pone il proprio esercito come unica garanzia.
La Francia e l’Italia hanno annunciato l’intenzione di dar vita a una coalizione multinazionale che accompagni il Libano dopo la scadenza del mandato della Forza di interposizione delle Nazioni Unite (UNIFIL), fissata al 31 dicembre 2026. L’iniziativa, emersa da un incontro bilaterale tra il presidente Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mira – secondo fonti diplomatiche europee – a scongiurare un vuoto di sicurezza nella fascia di frontiera tra Israele e Libano e a rafforzare la sovranità di Beirut, in coordinamento con l’Unione Europea e le Nazioni Unite. Il presidente libanese Joseph Aoun ha accolto con favore il progetto, definendolo «espressione sincera dell’impegno internazionale» e ribadendo che l’esercito libanese resta «la sola e vera garanzia per la sicurezza del Sud».
Nell’ottica di Parigi e Roma, la futura coalizione non si configura ancora come una nuova missione strutturata, ma come un dispositivo da costruire progressivamente, che potrebbe spaziare dal sostegno logistico alle forze armate libanesi fino a compiti di osservazione e stabilizzazione. I due paesi, tra i principali contributori di truppe all’attuale UNIFIL, intendono evitare che il territorio libanese torni a essere, secondo le parole di Macron, «una testa di ponte per un’escalation regionale». L’Italia, in particolare, considera prioritario un quadro internazionale ordinato che protegga i propri soldati e preservi un canale d’influenza europeo in un’area cruciale per la sicurezza mediterranea. La proposta include la possibilità di una conferenza internazionale dedicata, sebbene non siano stati resi noti né un calendario operativo né la composizione definitiva del meccanismo.
La prospettiva di Beirut, espressa dal capo dello Stato, insiste sul primato delle istituzioni nazionali: ogni formula internazionale sarà accolta nella misura in cui rafforzi le capacità delle forze armate, preservi l’integrità territoriale e impedisca che il Paese diventi terreno di tensioni regionali. Questa posizione si inserisce in un contesto segnato dalla mancata attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, che dal 2006 impone il disarmo di Hezbollah e il suo arretramento a nord del fiume Litani – obbligo mai rispettato dal partito-milizia, mentre i caschi blu e l’esercito libanese hanno condiviso la responsabilità del monitoraggio del cessate il fuoco.
Secondo fonti vicine al Palazzo di Vetro, il Segretario generale dell’ONU António Guterres ritiene ancora necessaria una presenza di peacekeeping dopo la scadenza del mandato, avanzando ipotesi che vanno da circa 2.000 a oltre 5.500 unità. Tuttavia, tale prospettiva incontra l’opposizione di Washington e di Israele, che già nell’agosto scorso avevano premuto in Consiglio di Sicurezza per porre fine alla missione. Il dossier si trova dunque in una fase preparatoria, in attesa che la diplomazia europea traduca l’intesa franco-italiana in un formato condiviso con gli altri potenziali contributori e con le autorità libanesi, mentre il calendario istituzionale impone di definire il dopo-UNIFIL entro la fine del 2026.
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Parigi e Roma prendono l'iniziativa per delineare il futuro del Libano dopo l'UNIFIL, proponendo una coalizione multinazionale per evitare un pericoloso vuoto di sicurezza. L'iniziativa, annunciata durante un vertice bilaterale, mira a rafforzare la sovranità libanese e le sue forze armate. Le due capitali europee sottolineano l'urgenza di scongiurare un ritiro affrettato che potrebbe destabilizzare la regione.
Mosca guarda con cautela alla spinta franco-italiana per una coalizione post-UNIFIL, interpretandola come un tentativo occidentale di ridisegnare l'architettura di sicurezza in Libano al di fuori del quadro ONU. Gli osservatori russi avvertono che aggirare il mandato ONU potrebbe erodere il consenso internazionale e trasformare il Libano in un focolaio di escalation regionale. La proposta è inquadrata come un'avventura rischiosa che potrebbe approfondire le divisioni anziché stabilizzare il paese.
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