
Cyberattacco alle banche iraniane, Teheran cerca di contenere i danni mentre Doha spinge sul nucleare
Un attacco informatico limitato ha colpito le infrastrutture comuni di quattro grandi banche iraniane, interrompendo i servizi. Mentre Teheran e Washington valutano un'intesa sul nucleare, una delegazione qatariota è atterrata a Teheran per favorire l'accordo.
Nella mattina di domenica, un attacco informatico ha paralizzato i servizi di quattro pilastri del sistema bancario iraniano: le banche Melli, Tejarat, Saderat e Tosee Saderat. Secondo il Consiglio di coordinamento bancario, l'offensiva ha preso di mira un'infrastruttura di comunicazione condivisa, causando disagi a sportelli automatici, home banking e terminali di pagamento. I team tecnici, attivati d'urgenza, hanno circoscritto l'intrusione, garantendo che nessun dato dei clienti è stato trafugato o cancellato. Entro la serata, le transazioni con carte delle banche Tejarat e Saderat erano state ripristinate, mentre per Melli e Tosee Saderat restavano attivi solo i servizi di sportello. L'episodio, classificato come «attacco limitato», mette a nudo la fragilità delle reti digitali della Repubblica Islamica, già bersaglio in passato di offensive attribuite a Israele e ad attori occidentali.
La crisi informatica si intreccia con il delicato dossier nucleare. Una delegazione del Qatar è giunta a Teheran con l'obiettivo di agevolare la finalizzazione di un memorandum d'intesa tra Iran e Stati Uniti, in un momento in cui le diplomazie regionali tentano di disinnescare le tensioni nel Golfo. Fonti vicine ai negoziatori riferiscono però che la decisione finale sul testo non è stata ancora presa: mentre l'agenzia Fars, vicina ai pasdaran, cita un «esame in corso», il consigliere Mohammad Marandi ha gelato le attese dichiarando che «per ora non ci saranno altri colloqui». Bruxelles osserva con apprensione: un accordo temporaneo potrebbe rallentare l'arricchimento dell'uranio, ma lascerebbe irrisolti i nodi del programma missilistico e del sostegno ai proxy regionali.
Sul fronte interno, il regime continua a stringere la morsa repressiva. Il caso di Hojjat Firouzi, arrestato durante le proteste dell'Inverno scorso e morto in custodia per torture – con le autorità che avrebbero imposto alla famiglia di firmare un certificato per «infarto» – è soltanto la punta di un iceberg. A ciò si aggiunge la chiusura forzata di una sala ricevimenti ad Ardabil, punita per aver ospitato un matrimonio misto giudicato «contrario alla morale». Sono segnali che confermano la determinazione del sistema a schiacciare ogni forma di dissenso, anche simbolica, mentre la popolazione è stretta tra crisi economica e controllo sociale.
L’intersezione tra vulnerabilità digitale, stallo diplomatico e repressione interna disegna uno scenario in cui Teheran appare sempre più esposta su più fronti. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, partner commerciale storico, la prospettiva è quella di un Iran instabile ma indispensabile per gli equilibri energetici e migratori. Se da un lato la mediazione qatariota potrebbe offrire una via d’uscita temporanea, dall’altro la mancanza di garanzie verificabili e la spirale securitaria interna rendono ogni passo diplomatico precario, in attesa di capire se la finestra per un’intesa sia realmente ancora aperta o già chiusa dall’inerzia e dalla sfiducia reciproca.
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L'attacco informatico è stato limitato e non ha compromesso i dati dei clienti. Due banche hanno già ripristinato i servizi, mentre le altre due sono in fase di risoluzione. L'incidente è sotto controllo e non è collegato ai negoziati politici.
Un attacco informatico ha interrotto i servizi di quattro grandi banche iraniane, due delle quali ancora non funzionanti. Gli esperti mettono in dubbio le affermazioni del regime sulla mancata violazione dei dati e sottolineano la vulnerabilità delle infrastrutture bancarie iraniane. L'incidente evidenzia le sfide persistenti in materia di cybersecurity.
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