
Non solo farmaci: la lotta alla demenza passa da dieta, esercizio e nuovi bersagli molecolari
Mentre un farmaco sperimentale punta per la prima volta a ridurre la produzione di proteina tau, gli studi confermano che stili di vita e alimentazione restano i pilastri della prevenzione cognitiva.
Un farmaco sperimentale anti-Alzheimer ha mostrato segnali di efficacia agendo su un meccanismo finora sfuggente: anziché aggredire l’accumulo di proteina tau, ne riduce la produzione a monte. Il diranersen, sviluppato da Biogen, è un oligonucleotide antisenso che istruisce il gene preposto a fabbricare meno tau. Presentato alla Conferenza internazionale dell’Alzheimer’s Association a Londra, lo studio di fase 2 su circa 400 persone con declino cognitivo lieve ha rivelato che la dose più bassa, somministrata ogni sei mesi per via intratecale, ha rallentato il deterioramento cognitivo del 26% in uno dei test, un effetto paragonabile a quello degli anticorpi anti-amiloide già approvati. I ricercatori avvertono che il risultato, per quanto promettente, attende la conferma di uno studio più ampio.
Sul fronte della gestione dei sintomi, un altro trial clinico randomizzato e controllato con placebo, condotto in dieci centri statunitensi, ha dimostrato che una combinazione orale di THC e CBD riduce in modo consistente l’agitazione nei pazienti con demenza in fase avanzata. Dopo dodici settimane, quasi nove partecipanti su dieci hanno mostrato un miglioramento globale, un dato che il coordinatore Jacobo Mintzer della University of South Carolina definisce senza precedenti. La formulazione, un olio digeribile a rapido assorbimento, è stata somministrata a domicilio a 120 malati eleggibili per cure palliative, offrendo una prospettiva di dignità e sollievo in una fase della vita segnata da stress per pazienti e famiglie.
Accanto alle nuove armi farmacologiche, il mondo della ricerca ribadisce il ruolo insostituibile della prevenzione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme sul basso consumo di frutta e verdura in Indonesia, dove solo il 3,3% della popolazione sopra i cinque anni raggiunge le cinque porzioni giornaliere raccomandate, ma il fenomeno riguarda anche l’Europa mediterranea, dove l’avanzata dei cibi ultra-processati erode abitudini alimentari storicamente protettive. Studi nutrizionali indicano che noci, legumi, verdure a foglia verde, pesce azzurro, frutti di bosco e cacao fondente sostengono la salute vascolare e cerebrale, mentre il neurologo argentino Conrado Estol, in un’intervista a La Nación, ricorda come un’educazione precoce e il mantenimento di legami sociali, sonno regolare e attività fisica riducano in modo significativo il rischio di demenza. La psicologia positiva aggiunge un tassello: secondo la teoria della selettività socioemotiva, nella seconda metà della vita il benessere aumenta non perché i problemi scompaiano, ma perché si smette di considerarli ostacoli alla felicità.
Il quadro che emerge è quello di una strategia integrata, in cui il declino cognitivo si affronta su più livelli. La medicina di precisione esplora bersagli molecolari come tau e amiloide, mentre la salute pubblica punta a correggere ambienti alimentari sempre più saturi di prodotti ad alta densità calorica e poveri di nutrienti. L’Italia, con la sua tradizione dietetica, parte da una posizione favorevole ma non immune: l’aumento dell’obesità e la diffusione di cibi industriali anche tra i giovani richiamano l’urgenza di politiche di etichettatura e di educazione alimentare. Il prossimo passo atteso è l’avvio dello studio di fase 3 sul diranersen, che dovrà dimostrare su larga scala se colpire la produzione di tau rappresenti davvero una svolta terapeutica.
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L'Indonesia e i paesi del Sud-est asiatico devono adottare abitudini alimentari più sane per prevenire la demenza, seguendo le linee guida dell'OMS.
L'uso dell'autorità dell'OMS e di studi scientifici rende il messaggio universale e indiscutibile, spostando la responsabilità sulla popolazione.
Non vengono menzionati i nuovi farmaci o la cannabis come opzioni terapeutiche, che potrebbero offrire alternative a chi non può modificare lo stile di vita.
La ricerca sulla cannabis offre una nuova speranza per i malati di demenza in fase avanzata, mentre l'educazione precoce rimane la migliore prevenzione.
Combinare un risultato clinico promettente con l'opinione di un esperto crea una narrazione di progresso bilanciato tra cura e prevenzione.
Non si parla del farmaco anti-tau, che rappresenta un altro importante filone di ricerca, né delle difficoltà di accesso alla cannabis terapeutica.
La cannabis medica riduce l'agitazione nel 90% dei malati di demenza avanzata, e un nuovo farmaco anti-tau mostra potenziale per rallentare la malattia.
L'uso di una percentuale impressionante e di un linguaggio clinico crea un senso di svolta imminente, rendendo la soluzione farmacologica la più credibile.
Non si menziona l'importanza della dieta e dell'esercizio nella prevenzione, né i limiti degli studi clinici (es. fase 2, campione ridotto).
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