
Niger, nuovo assalto all’aeroporto di Niamey: 13 vittime tra soldati e civili
Un commando armato ha colpito lo scalo della capitale, uccidendo 11 militari e 2 civili; 22 gli assalitori abbattuti. Il secondo attacco in cinque mesi riaccende l’allarme sulla tenuta della giunta e sulle ripercussioni per l’Europa.
L’alba di giovedì 18 giugno ha riportato il fragore delle armi all’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey, in Niger. Un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco nei pressi dell’ingresso principale dello scalo, dando vita a scontri prolungati per ore con le forze di sicurezza nigerine. Il bilancio ufficiale, diffuso dal ministero della Difesa attraverso la televisione nazionale, parla di undici soldati e due civili uccisi, oltre a quattro feriti tra le file governative. Sul fronte degli assalitori, ventidue corpi sono stati recuperati e una ventina di sospetti sono stati arrestati durante le operazioni di rastrellamento che hanno fatto seguito al blitz. Testimoni oculari, citati da agenzie internazionali, hanno riferito di aver udito spari ed esplosioni a partire dalle sei del mattino, ora locale, mentre l’esercito sigillava l’area e dichiarava lo stato di massima allerta nella capitale. L’aeroporto, che ospita anche una base aerea militare, è rimasto aperto al traffico civile, ma l’attacco ha scosso profondamente una città già provata da mesi di instabilità.
L’episodio segue di appena cinque mesi l’assalto rivendicato dallo Stato islamico nel Sahel (EIS) contro lo stesso aeroporto, respinto a gennaio anche grazie all’intervento di contractor russi alleati della giunta. Dopo il colpo di Stato del 2023 che ha rovesciato il presidente Bazoum, il Niger – come i vicini Mali e Burkina Faso – ha espulso le forze francesi e riorientato la propria strategia di sicurezza verso Mosca, in un contesto di violenza jihadista in continua espansione. Secondo analisti africani, la recrudescenza degli attacchi nella capitale, un tempo considerata relativamente al riparo, segnala un salto di qualità nella capacità offensiva dei gruppi armati, che ora colpiscono infrastrutture strategiche e simboliche con crescente audacia.
L’ottica europea, e in particolare quella italiana, guarda con apprensione a questa escalation. Il Sahel è un crocevia decisivo per le rotte migratorie verso il Mediterraneo e per la stabilità dell’Africa occidentale, dove l’Italia ha investito in cooperazione energetica e nel contenimento dei flussi irregolari. Fonti diplomatiche di Bruxelles sottolineano come la fragilità delle giunte militari saheliane rischi di trasformare la regione in un santuario jihadista capace di proiettare minacce verso le coste nordafricane e l’Europa meridionale. Non è un caso che il Niger ospiti una forza militare congiunta con il Burkina Faso proprio presso l’aeroporto di Niamey, a riprova del valore logistico e simbolico dell’infrastruttura colpita.
Mentre l’esercito nigerino prosegue le operazioni di bonifica e interrogatorio dei sospetti, il messaggio politico dell’attacco è già chiaro: la giunta non controlla pienamente il territorio e la capitale stessa è vulnerabile. La risposta delle autorità, che insistono sulla piena sicurezza dello scalo, appare dettata più dall’esigenza di rassicurare partner internazionali e investitori che da una reale solidità operativa. In assenza di un coordinamento regionale efficace e con il progressivo disimpegno occidentale, il rischio che il Niger diventi l’ennesimo fronte di una guerra asimmetrica senza fine è, secondo osservatori di Pechino e delle capitali africane, drammaticamente concreto.
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Un attacco islamista all'aeroporto di Niamey ha causato la morte di 11 soldati e 2 civili, mentre 22 assalitori sono stati uccisi. L'episodio conferma la vulnerabilità delle giunte saheliane di fronte all'offensiva jihadista, già evidente in un analogo assalto a gennaio. La minaccia persiste nonostante le misure di sicurezza.
Uomini armati hanno assaltato l'aeroporto di Niamey, scatenando un intenso scontro a fuoco. Le forze di sicurezza hanno ucciso 22 terroristi, ma hanno perso 11 soldati e due civili. L'attacco riecheggia un raid di gennaio e sottolinea la persistente minaccia jihadista nella regione; alcuni resoconti menzionano il ruolo di alleati russi nel respingere assalti precedenti.
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