
Gavin Newsom accusa Trump: «Indaga su di me perché punto alla Casa Bianca»
Il governatore della California denuncia un’inchiesta federale politicamente motivata contro lui e la moglie, mentre valuta la candidatura per il 2028.
Con un video diffuso sui social, il governatore democratico della California Gavin Newsom ha rotto il silenzio accusando direttamente il presidente Donald Trump di aver ordinato al Dipartimento di Giustizia un’indagine contro di lui e sua moglie Jennifer Siebel Newsom. «Non hanno trovato un reato, stanno semplicemente cercando di inventarne uno», ha dichiarato, rivelando che negli ultimi giorni agenti federali hanno bussato alle porte di familiari, amici ed ex collaboratori per requisire documenti. Newsom, che non nasconde le proprie ambizioni presidenziali per il 2028, ha collegato esplicitamente l’inchiesta alla sua possibile sfida elettorale: «Trump mi perseguita perché sto pensando di candidarmi, e per colpire me colpisce mia moglie».
L’amministrazione non ha commentato ufficialmente, e fonti vicine al Dipartimento di Giustizia, citate dalla stampa anglosassone, sostengono che le indagini sarebbero in corso da circa un anno e non sarebbero state innescate dalla Casa Bianca. Tuttavia, il quadro tratteggiato da Newsom – interrogatori a ex dipendenti, setacciamento di «tonnellate di documenti casuali», uso improprio del grand jury – disegna un’operazione ad ampio spettro. Secondo analisti di Washington, l’episodio si inserisce in un copione già visto: Trump ha ripetutamente preso di mira avversari politici come Adam Schiff, Letitia James e la scrittrice E. Jean Carroll, trasformando il sistema giudiziario in un’arma di rivalsa personale. Alcuni osservatori fanno notare che da mesi i media conservatori statunitensi avevano puntato il mirino proprio sulla consorte del governatore, suggerendo una campagna coordinata.
Dall’Europa, la vicenda viene letta con crescente apprensione. A Bruxelles e in altre capitali, l’uso degli apparati federali per fiaccare un potenziale sfidante è interpretato come un ulteriore scivolamento verso pratiche illiberali che minano la credibilità democratica di Washington. In America Latina, dove la storia recente è segnata da casi di lawfare, la denuncia di Newsom risuona come un campanello d’allarme familiare. Anche i media dell’Asia-Pacifico sottolineano il rischio di una normalizzazione della persecuzione politica, capace di incrinare la fiducia degli alleati nella tenuta delle istituzioni statunitensi.
La posta in gioco va oltre lo scontro personale. Se l’inchiesta dovesse concretizzarsi in capi d’imputazione, il caso diventerebbe un formidabile terreno di scontro nella corsa al 2028, con Newsom che potrebbe ergersi a simbolo della resistenza democratica. Al tempo stesso, l’episodio mette alla prova i contrappesi costituzionali americani e interroga gli alleati transatlantici: un’America in cui il Dipartimento di Giustizia viene percepito come strumento di parte rischia di incrinare quella fiducia reciproca su cui si fonda la cooperazione occidentale. Per l’Italia e l’Europa, abituate a guardare a Washington come a un faro di stabilità democratica, l’evolversi della vicenda rappresenta un indicatore sensibile dello stato di salute della più antica democrazia moderna.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il governatore della California Gavin Newsom accusa il presidente Trump di aver ordinato un'indagine penale contro di lui e sua moglie, definendola una ritorsione politica per le sue possibili ambizioni presidenziali. Agenti federali avrebbero contattato familiari, amici ed ex collaboratori, cercando documenti senza aver riscontrato alcun reato. L'iniziativa viene descritta come un abuso del sistema giudiziario per colpire avversari politici.
Il governatore della California Gavin Newsom ha dichiarato che il presidente Trump ha ordinato al Dipartimento di Giustizia di indagare su di lui, senza fornire ulteriori dettagli.
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