
Netanyahu invoca l’autonomia militare da Washington dopo l’intesa Usa-Iran
Il premier israeliano chiede un sistema d’armi indipendente mentre cresce la tensione con gli Stati Uniti sul Libano e sul memorandum d’intesa firmato con Teheran.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele deve dotarsi di una «rete indipendente di produzione di armamenti» e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. L’annuncio, rivolto a ufficiali della riserva in Cisgiordania il 18 giugno e diffuso il 23 giugno, arriva all’indomani della firma di un memorandum d’intesa tra Washington e Teheran che impegna le parti a cessare le ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano. Netanyahu ha riconosciuto il sostegno americano, ma ha insistito sulla necessità di «liberarsi dalla dipendenza» per costruire una capacità militare autonoma, legando il futuro posizionamento strategico di Israele alla forza che saprà generare da sé.
Secondo fonti israeliane, la spinta all’autonomia nasce dal timore che l’intesa Usa-Iran modifichi l’equilibrio in Libano a favore di Hezbollah e limiti la libertà operativa di Tsahal. Il nuovo meccanismo di deconfliction, negoziato in Svizzera con la mediazione di Qatar e Pakistan, prevede una cellula di coordinamento che include l’Iran ma non Israele, a differenza del cessate il fuoco del novembre 2024 mediato dall’amministrazione Biden, che garantiva a Tel Aviv il diritto di rispondere a minacce sia imminenti sia emergenti. Negli ambienti governativi israeliani si teme che Washington possa ora opporsi a raid preventivi e insistere per un ritiro unilaterale dal sud del Libano prima che le infrastrutture di Hezbollah siano smantellate. La questione ha un immediato riflesso interno: la campagna contro Hezbollah è un tema centrale in vista delle elezioni di ottobre, e fonti vicine a Netanyahu descrivono il premier come «isterico» di fronte a un’intesa che rischia di erodere uno dei pilastri della sua narrativa securitaria.
Da Washington, l’amministrazione Trump difende il memorandum come passo necessario per stabilizzare la regione e contenere l’escalation che ha minacciato di coinvolgere lo Stretto di Hormuz. Il vicepresidente J.D. Vance ha ricordato che due terzi delle armi difensive che hanno protetto Israele negli ultimi mesi sono stati forniti e finanziati dagli Stati Uniti, mentre funzionari americani confermano l’avvio di colloqui per un nuovo quadro decennale di cooperazione alla sicurezza che trasformi gradualmente l’attuale sistema di aiuti – circa 3,8 miliardi di dollari l’anno, il 15% del bilancio della difesa israeliano – in un partenariato strategico reciproco. Il presidente Trump ha pubblicamente criticato Netanyahu, minacciando di colpire l’Iran se non frena Hezbollah, e ha ventilato l’ipotesi di un subentro siriano alle forze israeliane in Libano, segnalando una distanza crescente rispetto all’allineamento incondizionato del passato.
Per l’Europa e l’Italia, il riassetto ha conseguenze dirette. Un Israele che accelera verso l’autosufficienza bellica potrebbe ridisegnare i flussi di procurement e la cooperazione industriale nel Mediterraneo, mentre la nuova architettura di deconfliction in Libano – se dovesse consolidarsi – incide sulla missione Unifil e sugli equilibri di sicurezza ai confini dell’Unione. Bruxelles osserva con attenzione il possibile disimpegno americano dal ruolo di garante unico, in un quadrante già segnato dalla guerra a Gaza e dalla ridefinizione degli allineamenti regionali. Il dossier resta aperto: i colloqui Usa-Iran proseguono, la cellula di deconfliction è in fase di attivazione e il negoziato sul futuro della cooperazione militare tra Washington e Tel Aviv è atteso entrare nel vivo prima della scadenza dell’accordo vigente, fissata al 2028.
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Netanyahu sottolinea che Israele deve costruire un proprio sistema d'armi per sostenere la lotta contro l'Iran e i suoi alleati, pur apprezzando il sostegno americano. L'appello arriva in un momento di tensioni diplomatiche con Washington sull'Iran, ma l'accento è sull'autosufficienza strategica di lungo periodo, indispensabile per la sicurezza nazionale.
Il primo ministro del regime sionista ammette la dipendenza militare da Washington e invoca l'indipendenza, dopo aver rivendicato colpi contro l'Iran e i suoi alleati. La dichiarazione viene dipinta come un segno di debolezza e disperazione, con un sottotono ironico sul fatto che il regime cerchi ora l'autonomia dal suo principale patrono.
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