
Il missile cinese nel Pacifico riaccende la tensione nucleare globale
Il lancio da un sottomarino nucleare di un vettore a lungo raggio con testata fittizia provoca la condanna di Stati Uniti, Australia e Giappone, mentre la Russia difende il diritto sovrano di Pechino.
La marina dell’Esercito popolare di liberazione cinese ha condotto il 6 luglio 2026 un test di un missile balistico lanciato da sottomarino nucleare (SLBM) nell’oceano Pacifico meridionale. Il vettore, che trasportava una testata inerte, è stato identificato da analisti occidentali come il nuovo JL-3, con una gittata stimata di oltre 10.000 chilometri, sufficiente a raggiungere il territorio continentale degli Stati Uniti dalle acque costiere cinesi. Pechino ha descritto l’operazione come «un’attività di routine dell’addestramento annuale», notificata in anticipo ai paesi interessati e conforme al diritto internazionale. L’evento ha tuttavia suscitato una reazione immediata e coordinata da parte di Washington e dei suoi alleati nel Pacifico, che vi leggono un’escalation della competizione strategica nella regione.
Il Dipartimento di Stato americano ha espresso «grande preoccupazione» per l’espansione «rapida e opaca» dell’arsenale nucleare cinese, accusando Pechino di agire in senso opposto agli sforzi statunitensi per prevenire la proliferazione. Washington ha inoltre sollecitato la Cina ad avviare «discussioni sostanziali sul controllo degli armamenti» e ad adottare un meccanismo di notifica regolare per tutti i lanci di missili balistici intercontinentali, analogo a quello già in vigore tra gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La richiesta si inserisce nel vuoto lasciato dalla scadenza, nel febbraio scorso, del trattato New START tra Stati Uniti e Russia, che l’amministrazione Trump ha lasciato decadere insistendo su un nuovo accordo multilaterale che includa anche la Cina. Pechino ha finora respinto tali aperture, sottolineando la disparità dimensionale tra il proprio arsenale – stimato dal Pentagono in circa 600 testate operative, con una proiezione di oltre 1.000 entro il 2030 – e quelli di Washington e Mosca.
La prova missilistica ha incontrato la ferma opposizione dei paesi del Pacifico. Il ministro degli Esteri australiano Penny Wong l’ha definita «destabilizzante per la regione», mentre il primo ministro delle Isole Salomone, Matthew Wale, ha dichiarato che «non è ciò che fa un amico», pur riconoscendo i legami con Pechino. Nuova Zelanda e Giappone hanno lamentato il preavviso di poche ore, giudicato insufficiente, e hanno ricordato che il lancio è avvenuto all’interno della Zona denuclearizzata del Pacifico meridionale istituita dal Trattato di Rarotonga, di cui la Cina è firmataria dal 1987. Taiwan e Filippine hanno denunciato una «provocazione» e una «dimostrazione sconsiderata di potenza militare». In controtendenza, la Russia ha difeso il test come esercizio del «diritto sovrano» cinese, ribadendo che Pechino «non minaccia nessuno» e rappresenta un «grande alleato e partner» di Mosca.
Per l’Europa e l’Italia, il test assume rilievo nel quadro del deterioramento dell’architettura globale di controllo degli armamenti. Analisti di Bruxelles osservano che la modernizzazione accelerata delle forze nucleari cinesi, unita alla mancanza di trasparenza, complica gli sforzi per un nuovo regime multilaterale e alimenta i timori di una corsa agli armamenti che coinvolga anche il teatro indo-pacifico, con possibili ripercussioni sulla sicurezza delle rotte commerciali e sugli equilibri della NATO. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica ha messo in guardia dal «non essere ingenui» riguardo alle ambizioni di Pechino, mentre il governo italiano, attraverso i canali diplomatici, segue con attenzione l’evolversi della situazione, consapevole che un’escalation nella regione potrebbe influenzare la stabilità economica globale e le catene di approvvigionamento.
Il test missilistico è avvenuto nelle stesse ore in cui l’Australia firmava un patto di difesa con le Figi, parte di una strategia di Canberra per consolidare la propria influenza nel Pacifico di fronte all’attivismo cinese. La coincidenza temporale, secondo fonti dell’intelligence occidentale, non sarebbe casuale: la pianificazione di un lancio di questa portata richiede settimane, ma la scelta di eseguirlo proprio mentre il primo ministro australiano era in visita nella regione invia un segnale politico inequivocabile. Il dossier resta aperto: il prossimo passaggio atteso è l’incontro tra i presidenti Trump e Xi, previsto a Washington il 24 settembre, che potrebbe offrire un’occasione per un confronto diretto sulla questione nucleare, anche se le posizioni restano distanti.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa cinese | +0.80 | aligned |
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
L'Atlantico denuncia il test cinese come una provocazione nucleare che minaccia la stabilità del Pacifico, sottolineando il tempismo con l'accordo Australia-Fiji.
Costruisce la credibilità enfatizzando la capacità nucleare del missile e il contesto geopolitico immediato, presentando il test come una sfida diretta all'ordine regionale.
Tralascia che la Cina abbia notificato in anticipo i paesi e che il test fosse un esercizio di routine annuale.
La Cina celebra il successo del lancio come una prova di routine, ribadendo che non è diretta contro alcun paese e che le notifiche sono state inviate.
Rende plausibile l'azione descrivendola come un esercizio annuale programmato, conforme al diritto internazionale, e minimizzando le reazioni avverse come infondate.
Omette le proteste di Giappone, Australia e Nuova Zelanda, nonché le preoccupazioni per la zona denuclearizzata del Pacifico.
L'Europa continentale riporta il test cinese con toni contrastanti, alternando descrizioni di routine a preoccupazioni per la stabilità regionale.
Utilizza un approccio bilanciato, citando sia la versione cinese (test di routine, notifica) sia le reazioni critiche dei paesi vicini, senza prendere una posizione netta.
Tralascia il contesto specifico dell'accordo Australia-Fiji, che viene invece enfatizzato dalla stampa atlantica.
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