
Minacce esplicite a Trump: l’Iran tra mobilitazione interna e calcolo strategico
Dopo i funerali di Khamenei, murales, taglie e video indicano una campagna orchestrata da Teheran che la Casa Bianca prende sul serio, mentre i negoziati restano in bilico.
Un’ondata di minacce pubbliche contro il presidente americano Donald Trump sta ridisegnando il profilo del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Nel cuore di Teheran, un murale che raffigura Trump in una bara con la scritta «Let’s Kill Trump» è apparso su un edificio che si affaccia su piazza Enghelab, spazio tradizionalmente riservato a iniziative ufficiali della Repubblica Islamica. A pochi chilometri di distanza, un cartellone in piazza Vali-e-Asr, gestito da un’organizzazione vicina ai Guardiani della Rivoluzione, espone la scritta «Who is D nexT one?» con le lettere D e T in maiuscolo, un riferimento neppure velato al presidente statunitense. Contemporaneamente, l’agenzia Fars ha diffuso un video intitolato «Dove può essere ucciso Trump?» che analizza il percorso del corteo presidenziale in Florida, mentre una milizia irachena sostenuta da Teheran ha annunciato una taglia di dieci milioni di dollari per chiunque lo elimini. La sequenza, secondo fonti dell’intelligence americana, non è mera propaganda: l’amministrazione Usa considera l’ipotesi di un attentato come un rischio concreto e ha avvertito che una risposta sarebbe «severa e devastante».
Secondo analisti iraniani e ricercatori nel campo dei diritti umani, la retorica aggressiva persegue una pluralità di obiettivi. Una parte rilevante delle minacce va letta come guerra psicologica e deterrenza ostentata: il regime, indebolito militarmente dai raid statunitensi e israeliani che dalla fine di febbraio hanno colpito infrastrutture e vertici, tenta di proiettare un’immagine di forza e capacità operativa. Al tempo stesso, le cerimonie funebri per la Guida suprema Ali Khamenei – ucciso in un attacco aereo il 28 febbraio – sono state strumentalizzate per distogliere l’attenzione dai rovesci sul campo, compattare la base interna e legittimare la prosecuzione delle ostilità sotto la bandiera della vendetta. Non a caso, il nuovo leader Mojtaba Khamenei ha giurato di «vendicare il sangue purificato» del padre, mentre oltre centottanta deputati su duecentonovanta hanno sventolato bandiere rosse in parlamento invocando ritorsioni.
La dimensione transnazionale della minaccia è sottolineata dalla pubblicazione, sul quotidiano conservatore Hamshahri, di una «lista dei ricercati» che include tredici personalità occidentali: accanto a Trump e al premier israeliano Netanyahu compaiono il cancelliere tedesco Merz, il presidente francese Macron, la premier italiana Meloni e l’ex primo ministro britannico Starmer. Per gli osservatori europei, l’inserimento di leader del Vecchio Continente segnala la volontà di Teheran di allargare il perimetro della pressione psicologica, in un momento in cui le capitali europee seguono con apprensione l’evolversi del conflitto e i suoi riflessi sulla sicurezza energetica e marittima. L’Italia, in particolare, osserva con attenzione sia la tenuta degli equilibri nel Mediterraneo allargato sia le possibili ripercussioni sui flussi migratori e sulle missioni militari nella regione.
Sul piano operativo, lo scambio di colpi prosegue. Gli Stati Uniti hanno condotto nuove ondate di attacchi contro obiettivi iraniani, inclusi ponti nel sud del Paese che hanno causato vittime civili, mentre Teheran ha rivendicato lanci di droni contro basi americane in Kuwait e un attacco missilistico verso il Qatar, intercettato dalle difese di Doha. Eppure, secondo fonti della Casa Bianca, i canali diplomatici non sono interrotti: la portavoce Karoline Leavitt ha confermato che l’Iran «resta in stretto contatto con gli Stati Uniti». Questo doppio binario – escalation pubblica e trattative riservate – colloca Trump in una morsa strategica: da un lato non può tollerare minacce di morte senza reagire, dall’altro intende chiudere un conflitto impopolare prima delle elezioni di metà mandato. Il dossier resta aperto, con il rischio che la propaganda si trasformi in un casus belli capace di far deragliare definitivamente il negoziato.
| Stampa sud-est asiatica | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.40 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.80 | critical |
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