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Strage in Libano all’indomani dell’intesa USA-Iran: la tregua subito a rischio

Raid israeliani uccidono almeno 16 civili nel Nabatieh mentre Hezbollah distrugge tre carri Merkava; l’accordo Trump-Pezeshkian vacilla prima ancora di essere applicato.

Meno di ventiquattro ore dopo la firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, che prometteva la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti mediorientali, l’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno condotto una delle notti più violente degli ultimi mesi nel Libano meridionale. Secondo l’agenzia statale libanese NNA, i bombardamenti hanno colpito aree residenziali nei distretti di Nabatieh, Harouf, Kfar Sir e Zebdine, uccidendo almeno sedici persone e ferendone oltre trenta. Fonti militari israeliane hanno rivendicato le operazioni come risposta a «ripetute violazioni del cessate il fuoco» da parte di Hezbollah, mentre il movimento sciita ha comunicato di aver distrutto tre carri Merkava con missili guidati e di aver respinto un’offensiva corazzata verso le alture di Ali al-Taher. Negli scontri sono morti quattro soldati israeliani, tra cui un tenente colonnello.

L’intesa siglata il 18 giugno dal presidente americano Donald Trump e dall’iraniano Masoud Pezeshkian – un accordo quadro in quattordici punti definito dalle parti un «gentlemen’s agreement» – prevede lo stop permanente a tutte le operazioni militari, incluso il fronte libanese, l’avvio della revoca delle sanzioni su Teheran, l’impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari e a cooperare con le ispezioni internazionali, oltre a un fondo per la ricostruzione e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Proprio la ripresa del traffico petrolifero attraverso lo stretto, con oltre dodici milioni di barili transitati nella notte successiva alla firma, rappresenta per l’Europa e per l’Italia un immediato beneficio in termini di sicurezza energetica e di calmieramento dei prezzi, dopo mesi di blocco che avevano alimentato inflazione e instabilità sui mercati finanziari globali.

L’accordo, tuttavia, non vincola direttamente né Israele né Hezbollah. Secondo fonti governative israeliane, lo Stato ebraico è impegnato in «negoziati ostinati» con l’amministrazione Trump per mantenere le proprie truppe entro una fascia di sicurezza di dieci chilometri nel Libano meridionale, pubblicata su una mappa ufficiale, e per continuare a colpire obiettivi del movimento armato anche oltre tale zona. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, sotto pressione in vista delle elezioni, ha respinto ogni richiesta di ritiro immediato. Sul versante libanese, il capo del blocco parlamentare di Hezbollah, Mohammad Raad, ha dichiarato il fallimento dell’offensiva israeliana e ha chiesto al governo di Beirut di adottare un quadro di negoziati indiretti per ottenere la cessazione delle ostilità e il ritiro israeliano entro sessanta giorni, senza alcun negoziato diretto.

La tensione si è rapidamente trasferita sul piano diplomatico. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha rinviato la missione in Svizzera dove avrebbero dovuto riprendere i colloqui diretti con l’Iran; secondo l’emittente panaraba al-Mayadeen, vicina a Hezbollah, Teheran avrebbe ritardato l’invio della propria delegazione proprio a causa della prosecuzione della campagna militare israeliana. Vance ha inoltre rivolto un duro monito ai membri del gabinetto israeliano che avevano attaccato l’intesa, ricordando che due terzi degli armamenti difensivi che proteggono Israele sono fabbricati negli Stati Uniti e pagati dai contribuenti americani. Nell’ottica di Bruxelles, il rischio è che il collasso dell’intesa riaccenda la guerra dei tanker nello Stretto di Hormuz, vanificando il fragile sollievo sui mercati energetici e riportando l’intero quadrante mediorientale in una spirale di instabilità che coinvolgerebbe direttamente gli approvvigionamenti del Mediterraneo. Al momento, non è stata fissata una nuova data per i colloqui di Ginevra, mentre sul terreno i combattimenti continuano.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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A poche ore dall'intesa USA-Iran, il nemico israeliano ha scatenato raid notturni a sorpresa nel sud del Libano, uccidendo almeno 16 civili e ferendone decine in veri e propri massacri. I bombardamenti hanno raso al suolo abitazioni mentre un tentativo di avanzata terrestre verso le colline di Ali al-Taher è fallito sotto i colpi della resistenza.

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L'accordo di pace tra USA e Iran è già messo in ombra: raid israeliani nel sud del Libano hanno ucciso almeno 16 persone in una delle notti più letali degli ultimi mesi. Mentre Netanyahu rifiuta il ritiro, i negoziati subiscono una battuta d'arresto e la tregua vacilla.

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venerdì 19 giugno 2026

Strage in Libano all’indomani dell’intesa USA-Iran: la tregua subito a rischio

Raid israeliani uccidono almeno 16 civili nel Nabatieh mentre Hezbollah distrugge tre carri Merkava; l’accordo Trump-Pezeshkian vacilla prima ancora di essere applicato.

Meno di ventiquattro ore dopo la firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, che prometteva la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti mediorientali, l’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno condotto una delle notti più violente degli ultimi mesi nel Libano meridionale. Secondo l’agenzia statale libanese NNA, i bombardamenti hanno colpito aree residenziali nei distretti di Nabatieh, Harouf, Kfar Sir e Zebdine, uccidendo almeno sedici persone e ferendone oltre trenta. Fonti militari israeliane hanno rivendicato le operazioni come risposta a «ripetute violazioni del cessate il fuoco» da parte di Hezbollah, mentre il movimento sciita ha comunicato di aver distrutto tre carri Merkava con missili guidati e di aver respinto un’offensiva corazzata verso le alture di Ali al-Taher. Negli scontri sono morti quattro soldati israeliani, tra cui un tenente colonnello.

L’intesa siglata il 18 giugno dal presidente americano Donald Trump e dall’iraniano Masoud Pezeshkian – un accordo quadro in quattordici punti definito dalle parti un «gentlemen’s agreement» – prevede lo stop permanente a tutte le operazioni militari, incluso il fronte libanese, l’avvio della revoca delle sanzioni su Teheran, l’impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari e a cooperare con le ispezioni internazionali, oltre a un fondo per la ricostruzione e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Proprio la ripresa del traffico petrolifero attraverso lo stretto, con oltre dodici milioni di barili transitati nella notte successiva alla firma, rappresenta per l’Europa e per l’Italia un immediato beneficio in termini di sicurezza energetica e di calmieramento dei prezzi, dopo mesi di blocco che avevano alimentato inflazione e instabilità sui mercati finanziari globali.

L’accordo, tuttavia, non vincola direttamente né Israele né Hezbollah. Secondo fonti governative israeliane, lo Stato ebraico è impegnato in «negoziati ostinati» con l’amministrazione Trump per mantenere le proprie truppe entro una fascia di sicurezza di dieci chilometri nel Libano meridionale, pubblicata su una mappa ufficiale, e per continuare a colpire obiettivi del movimento armato anche oltre tale zona. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, sotto pressione in vista delle elezioni, ha respinto ogni richiesta di ritiro immediato. Sul versante libanese, il capo del blocco parlamentare di Hezbollah, Mohammad Raad, ha dichiarato il fallimento dell’offensiva israeliana e ha chiesto al governo di Beirut di adottare un quadro di negoziati indiretti per ottenere la cessazione delle ostilità e il ritiro israeliano entro sessanta giorni, senza alcun negoziato diretto.

La tensione si è rapidamente trasferita sul piano diplomatico. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha rinviato la missione in Svizzera dove avrebbero dovuto riprendere i colloqui diretti con l’Iran; secondo l’emittente panaraba al-Mayadeen, vicina a Hezbollah, Teheran avrebbe ritardato l’invio della propria delegazione proprio a causa della prosecuzione della campagna militare israeliana. Vance ha inoltre rivolto un duro monito ai membri del gabinetto israeliano che avevano attaccato l’intesa, ricordando che due terzi degli armamenti difensivi che proteggono Israele sono fabbricati negli Stati Uniti e pagati dai contribuenti americani. Nell’ottica di Bruxelles, il rischio è che il collasso dell’intesa riaccenda la guerra dei tanker nello Stretto di Hormuz, vanificando il fragile sollievo sui mercati energetici e riportando l’intero quadrante mediorientale in una spirale di instabilità che coinvolgerebbe direttamente gli approvvigionamenti del Mediterraneo. Al momento, non è stata fissata una nuova data per i colloqui di Ginevra, mentre sul terreno i combattimenti continuano.

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A poche ore dall'intesa USA-Iran, il nemico israeliano ha scatenato raid notturni a sorpresa nel sud del Libano, uccidendo almeno 16 civili e ferendone decine in veri e propri massacri. I bombardamenti hanno raso al suolo abitazioni mentre un tentativo di avanzata terrestre verso le colline di Ali al-Taher è fallito sotto i colpi della resistenza.

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L'accordo di pace tra USA e Iran è già messo in ombra: raid israeliani nel sud del Libano hanno ucciso almeno 16 persone in una delle notti più letali degli ultimi mesi. Mentre Netanyahu rifiuta il ritiro, i negoziati subiscono una battuta d'arresto e la tregua vacilla.

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