
La legge di Pechino sull’unità etnica riscrive lo spazio internazionale
Entra in vigore il primo luglio la norma che persegue atti contro l’unità etnica anche all’estero: allarme a Taipei e Canberra, mentre Delhi accelera sul codice civile uniforme.
Il primo luglio, anniversario del passaggio di Hong Kong alla Cina, entra in vigore la legge cinese sulla promozione dell’unità etnica. Il testo, adottato a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo, punta a «forgiare un forte senso di comunità per la nazione cinese» e introduce un principio di responsabilità giuridica per organizzazioni e individui fuori dal territorio che «minano l’unità etnica» o «creano divisioni etniche». L’articolo 63, in particolare, è letto da Taipei e dalle comunità tibetane e uigure in Australia come un congegno di giurisdizione estesa, capace di colpire chi all’estero difende l’autonomia culturale o lo status quo tra le due sponde dello Stretto.
Secondo fonti governative taiwanesi, la norma restringe ulteriormente lo spazio per posizioni di neutralità politica: chi non sostiene l’unificazione o difende il mantenimento della situazione attuale potrebbe essere accusato di favorire l’indipendenza. Pechino avrebbe già iniziato a servirsi di strumenti di cooptazione, come il forum interstrettale Sun Yat-sen nel Guangdong, offrendo a giovani tra i 16 e i 45 anni viaggi quasi interamente spesati, purché si raggiunga Macao con mezzi propri. L’iniziativa è descritta dalla stessa fonte come tattica di «fronte unito»: nella logica del Partito comunista, l’obiettivo è trasformare i neofiti in «visitatori abituali», costruendo reti personali e legami emotivi che sedimentino una identità nazionale condivisa. Al contempo, la nuova legge offre una cornice giuridica per sanzionare chi, anche da Taiwan, dovesse opporvisi.
Le preoccupazioni rimbalzano in Oceania. Il Consiglio tibetano d’Australia e la Tangritagh Women’s Association uigura hanno chiesto al governo Albanese una condanna pubblica e la rassicurazione che il diritto di protesta sul suolo australiano non sarà compresso dalla minaccia di ritorsioni contro familiari in patria. Canberra, attraverso il Dipartimento degli Esteri, ha già rappresentato a Pechino e al Consiglio per i diritti umani dell’ONU i propri timori per l’impatto extraterritoriale della legge. Anche il Parlamento europeo, in aprile, ha approvato una risoluzione che ne chiede l’abrogazione, accusandola di favorire l’assimilazione forzata in Tibet, Xinjiang e Mongolia interna. Pechino replica accusando i media occidentali di «distorsioni» e rivendica il diritto sovrano di difendere l’ordine sociale e la solidarietà interna.
All’estremo opposto dello spettro asiatico, il governo del Bengala occidentale presenta lunedì in assemblea un disegno di legge sul codice civile uniforme, sulla scia di analoghe iniziative in Uttarakhand, Assam e Gujarat. La mossa di Nuova Delhi, pilastro del programma identitario del Bharatiya Janata Party, esclude esplicitamente le comunità tribali costituzionalmente protette, ma accende il dibattito sul rapporto tra uniformità giuridica, pluralismo e polarizzazione politica. Mentre il premier Adhikari promette un iter rapido, l’opposizione del Trinamool Congress accusa il governo di usare la riforma come strumento elettorale. Il dossier resta aperto su entrambi i fronti: a Pechino il ministro della Giustizia Hu Weilie ha annunciato che la legge sarà applicata anche a condotte commesse all’estero, mentre a Canberra la mobilitazione delle diaspore preme per un’iniziativa diplomatica più incisiva.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | +0.30 | aligned |
Pechino e Nuova Delhi stanno riscrivendo le regole per soffocare il dissenso etnico, mentre l'Occidente osserva con preoccupazione.
Si proiettano i valori occidentali di libertà e diritti come metro universale, giudicando le riforme come deviazioni da uno standard globale.
Non vengono menzionati i dettagli specifici delle leggi né le motivazioni interne di stabilità sociale addotte dai governi cinese e indiano.
L'India avanza con un codice civile moderno, mentre la Cina impone leggi etniche che minacciano la stabilità regionale.
Si costruisce una gerarchia di minacce in cui le azioni cinesi sono presentate come aggressive e destabilizzanti, mentre quelle indiane come difensive e progressiste.
Non vengono discusse le critiche interne indiane al codice civile uniforme, né le motivazioni cinesi per le leggi etniche.
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