
La Germania abbraccia il modello svedese: la riforma delle pensioni che Merz vuole blindare
La commissione governativa consegna un pacchetto unanime di 33 misure, tra capitale garantito e addio alla pensione a 63 anni, mentre il cancelliere avverte: «Non possiamo permetterci di respingere singoli interventi».
Martedì a Berlino la commissione per la sicurezza pensionistica ha presentato al cancelliere Friedrich Merz e alla ministra del Lavoro Bärbel Bas un rapporto che ridisegna l’architettura del sistema previdenziale tedesco. Il dato che cambia lo stato delle cose è l’unanimità con cui esperti e parlamentari di CDU, CSU e SPD hanno approvato le 33 raccomandazioni, superando decenni di stallo politico. L’effetto immediato è una rara convergenza nella coalizione: Merz ha definito il pacchetto «equilibrato» e ha promesso di attuarlo «integralmente e rapidamente», mentre Bas lo ha descritto come un «Gesamtkunstwerk», un’opera d’arte complessiva da cui non si può estrarre alcuna misura senza compromettere l’insieme.
Il meccanismo proposto poggia su tre pilastri. Il primo introduce una componente a capitalizzazione obbligatoria nella previdenza pubblica, sul modello del fondo svedese AP7: a partire dal 2028 un contributo aggiuntivo, inizialmente dello 0,5% del salario lordo e destinato a salire fino al 2%, confluirà in un fondo statale o in prodotti privati autorizzati, con l’obiettivo di integrare la rendita contributiva con i rendimenti dei mercati internazionali. Il secondo pilastro agisce sull’età pensionabile: dal 2031 l’età ordinaria sarà agganciata alla speranza di vita, con un incremento stimato di circa sei mesi ogni dieci anni, mentre la pensione anticipata a 63 anni dopo 45 di contributi verrà abolita e l’età minima per il prepensionamento salirà da 55 a 58 anni. Il terzo estende l’obbligo contributivo a categorie finora escluse, come deputati, autonomi e funzionari pubblici.
La reazione degli attori sociali disegna uno scenario di conflitto. I sindacati tedeschi, attraverso il DGB e Verdi, hanno respinto l’ingresso del capitale nella previdenza pubblica, chiedendo invece una pensione integrativa aziendale finanziata dai datori di lavoro, e hanno denunciato l’abolizione della pensione a 63 anni come un «disprezzo per i risultati di una vita di lavoro». Le associazioni imprenditoriali, come la BDA, temono l’aumento del costo del lavoro legato al nuovo contributo, mentre l’industria assicurativa vede minacciato il proprio mercato dalla gestione statale del risparmio previdenziale. Sul fronte politico, la Linke accusa il governo di voler far lavorare i cittadini «sempre più a lungo», ma all’interno della coalizione la Junge Union, che in autunno aveva guidato la rivolta contro il primo pacchetto pensionistico, ora appare rassicurata.
Il prossimo passaggio è la riunione del comitato di coalizione del 1° luglio, dove si definirà il calendario legislativo. Merz e Bas dovranno tradurre l’intesa di governo in una maggioranza parlamentare che oggi è risicata, mentre le pressioni incrociate di sindacati, imprese e Länder potrebbero incrinare la compattezza mostrata al momento dell’annuncio. Per un’Europa che invecchia rapidamente, il laboratorio tedesco rappresenta un banco di prova osservato con attenzione anche a Bruxelles: la capacità di coniugare stabilità finanziaria e coesione sociale in un sistema a ripartizione maturo indicherà se la via scandinava è esportabile oltre il Baltico.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa tedesca presenta la riforma pensionistica come una svolta storica: la commissione raccomanda un pilastro a capitalizzazione sul modello svedese, l'innalzamento dell'età pensionabile a 70 anni e l'abolizione dei minijob. Il cancelliere Merz promette di attuare l'intero pacchetto, nonostante la forte opposizione di sindacati e datori di lavoro.
La riforma tedesca non trova spazio; al suo posto, un programma radiofonico brasiliano discute se sia meglio un fondo pensione privato o un titolo di Stato per la pensione, sottolineando i vantaggi fiscali a lungo termine. La questione è inquadrata come una scelta finanziaria individuale, lontana dalla politica tedesca.
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