
La doppia crisi industriale: Germania perde colpi, Iran tra controlli e contrazione
Mentre Berlino vede svanire 15mila posti al mese, Teheran affronta un crollo del PMI e l'ombra del lavoro minorile; due economie lontane, accomunate da sfide strutturali che interrogano anche l'Italia.
La locomotiva tedesca arranca, e il dato diffuso dagli istituti di ricerca è una sentenza: ogni mese l'industria tedesca cancella in media 15mila posti di lavoro, contro i 10mila dell'anno scorso. Non solo giganti come Volkswagen, Bosch o ZF, ma anche migliaia di piccole imprese riducono gli organici, mentre gli investimenti prendono la via dell'estero – le elettriche low-cost Volkswagen nasceranno in Spagna, BMW ha scommesso sull'Ungheria. Secondo gli analisti di Bruxelles, la contrazione rischia di propagarsi lungo le catene di fornitura che legano il Nord Italia al cuore manifatturiero tedesco, mettendo a dura prova un modello di crescita fondato sull'export di componentistica e macchinari. Non a caso, il governo di Berlino si prepara a presentare un ambizioso piano di riforme prima della pausa estiva, nella consapevolezza che senza un deciso cambio di passo la competitività europea continuerà a erodersi.
A migliaia di chilometri di distanza, l'economia iraniana mostra una fisionomia diversa ma non meno preoccupante. L'industria dell'auto, fiore all'occhiello di un tempo, è prigioniera di un paradosso: i prezzi di vendita vengono stabiliti da logiche politiche e non dai costi di produzione, con il sistema dei «prezzi comandati» che da anni soffoca ogni margine di profitto. Il recente passaggio della gestione di Iran Khodro a privati, formalizzato nello scorso febbraio, aveva acceso qualche speranza, ma come osservano gli economisti di Teheran la privatizzazione resta un guscio vuoto se l'impresa non può determinare le proprie strategie di prezzo. A certificare la debolezza complessiva è l'indice PMI – qui chiamato «Shamekh» – che da mesi si attesta sotto la soglia di 50 punti, segnalando una contrazione netta di produzione, nuovi ordini e occupazione. Un termometro che le banche centrali di tutto il mondo prendono più sul serio di molte statistiche ufficiali, perché anticipa la recessione con largo anticipo.
La crisi ha il volto dei bambini. In Iran, l'impennata della povertà sta spingendo un numero crescente di minori verso il lavoro di strada, esponendoli alla violenza e allo sfruttamento sessuale – un dramma che le cronache riportano con cifre allarmanti, spesso più eloquenti dei dati macroeconomici. È in questo scenario che le Camere di commercio iraniane provano a ritagliarsi un ruolo da protagoniste del rinnovamento: da Teheran si insiste sulla necessità di riforme strutturali – aumento della produttività, lotta alla corruzione, stabilità normativa – senza le quali neppure un ipotetico alleggerimento delle sanzioni potrebbe restituire vigore all'economia. Eppure, la debolezza della governance e le resistenze di un apparato statale ipertrofico rendono la strada tutta in salita.
Guardando avanti, le due crisi – pur distanti per cause e intensità – sollevano interrogativi che varcano i confini. Per l'Europa e per l'Italia in particolare, la deindustrializzazione tedesca impone di accelerare su politiche industriali comuni e investimenti nella doppia transizione, prima che la dipendenza dalle forniture extra-UE diventi irreversibile. Nel caso iraniano, gli osservatori del Medio Oriente sottolineano come la sola rimozione delle sanzioni non basterà a sanare decenni di distorsioni: occorrerà una reale partnership tra Stato e imprese, in cui il settore privato smetta di essere considerato un avversario. In entrambi i teatri, la posta in gioco è la capacità di adattarsi a un ordine economico globale sempre più frammentato, dove i ritardi nelle riforme si pagano in posti di lavoro, coesione sociale e, alla fine, stabilità politica.
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La recessione tedesca si aggrava: ogni mese scompaiono 15.000 posti nell'industria, contro i 10.000 dell'anno scorso. Il governo di coalizione sta preparando un piano di riforme urgenti prima della pausa estiva per invertire la tendenza.
Dall'Iran, la crisi industriale tedesca è vista con distacco e un pizzico di scetticismo: anche le economie occidentali più forti mostrano vulnerabilità strutturali. Si sottolinea che il mondo affronta turbolenze comuni, ma Teheran deve concentrarsi sulle proprie riforme interne.
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